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Intervista al direttore dell'UFAFP Philippe Roch, in occasione della Giornata internazionale dell'ambiente, sull'importanza della protezione del clima, sul valore della diversità biologica e sulla protezione degli ecosistemi.
Signor Roch, il 5 giugno 2004 è la Giornata internazionale dell'ambiente, eppure nei media, nel dibattito politico, nella politica internazionale, ovunque ci si trova sulla difensiva rispetto alla protezione della natura...
Philippe Roch: ciò non è del tutto vero. Negli ambienti economici non vi è mai stata tanta consapevolezza come oggi circa la responsabilità nei confronti dell'ambiente. La legge sul CO2 ne è un esempio. Con gli accordi volontari l'economia fornisce il maggior contributo per la riduzione delle emissioni di CO2. Tuttavia, a livello politico, abbiamo piuttosto fatto un passo indietro rispetto alle idee di Rio.
È diventato più difficile far capire alla gente il valore dell'ambiente?
Nella storia sono sempre esistite diverse correnti di pensiero. Oggi viviamo in un clima politico caratterizzato da un pensiero lineare ed a breve termine. I problemi vengono considerati isolatamente e si propongono solo soluzioni puntuali.
Com'è possibile cambiare tale situazione
Nelle prime chiese romaniche si trova la raffigurazione dell'uomo capovolto, una figura umana appesa per i piedi. Si tratta dell'immagine del mutamento, della conversione spirituale. Personalmente, non vedo nessuna soluzione senza un vero e proprio rinnovamento. La nostra civiltà ha bisogno di valori, che si basano sulla diversità e il rispetto e non solo su vantaggi economici a breve termine.
In ogni caso non mancano le voci allarmistiche: uno studio pubblicato nella celebre rivista "Nature" prevede ad esempio che entro la metà di questo secolo un quarto delle specie attuali potrebbe estinguersi, e ciò unicamente a causa del previsto aumento della temperatura.
Stiamo senza dubbio distruggendo la vita sul nostro pianeta in tutta la sua diversità. E questa è una grande perdita per diversi motivi. In primo luogo, perdiamo sicuramente la possibilità di trarre vantaggio dalla biodiversità, ad esempio sotto forma di nuove piante coltivate o di medicinali. Inoltre, poiché in questo modo il mondo diventa più povero, si perde in parte anche la gioia di vivere.
Quali sarebbero le conseguenze per la Svizzera se un quarto di tutte le specie si estinguesse?
Per la vita quotidiana delle persone che vivono in Svizzera non vi sarebbero conseguenze dirette a breve termine. Non dipendiamo direttamente da tali specie. Tuttavia, questo indicherebbe che gli ecosistemi stanno andando in rovina. E senza un suolo intatto, per citare solo un esempio, non avremmo più acqua pulita.
Si potrebbe argomentare che l'estinzione delle specie è un processo naturale che è già esistito nella storia della Terra anche senza l'uomo...
Ciò è senz'altro vero se pensiamo per esempio a 70 milioni di anni fa, quando i dinosauri, e con essi l'80-90% delle specie, si sono estinti. Se questo avvenisse oggi, però, anche l'uomo farebbe parte delle specie minacciate d'estinzione. Per la natura non vi sarebbe nessun problema. Anzi, si potrebbe addirittura trattare di una soluzione. Ma noi, in quanto essere umani, desideriamo questo? Non credo. Dobbiamo cercare di vivere in armonia con la natura.
Quali possibilità abbiamo per frenare il surriscaldamento del clima?
Dovremmo ridurre del 70-80% le emissioni di CO2. Tuttavia temo che le misure necessarie saranno introdotte solo quando, per così dire, ci cadrà il cielo in testa, quando le tempeste imperverseranno con una frequenza sempre maggiore e quando i problemi, come la mancanza d'acqua o i periodi di siccità, diventeranno più gravi.
Il famoso scienziato e ambientalista britannico James Lovelock ha recentemente dichiarato al giornale londinese Independent che solo uno smantellamento massiccio dell'energia nucleare potrebbe ancora frenare il riscaldamento globale del clima.
A livello mondiale vi sono circa 500 centrali nucleari, le quali coprono pressoché il 6% del fabbisogno di elettricità e il 2% del fabbisogno di energia. Se si volesse sostituire il petrolio con l'energia nucleare occorrerebbero migliaia di centrali nucleari. Incidenti come quello di Cernobyl, tuttavia, si sono verificati nonostante gli impianti sotto la nostra responsabilità fossero "solo" 500. Per non parlare poi dei rifiuti radioattivi. Cosa faremmo con 10'000 centrali atomiche?
E qual è l'alternativa?
Ciò di cui abbiamo veramente bisogno sono le energie rinnovabili e le tecnologie per risparmiare energia. In particolare, l'energia solare è tuttora troppo poco sfruttata. Nei Paesi in cui il sole splende ogni giorno durante tutto l'anno, l'acqua del mare viene dissalata con motori a combustione, sebbene tale procedimento potrebbe essere effettuato in modo relativamente semplice anche utilizzando l'energia solare. Ciò che manca è la volontà politica. Occorrerebbe inoltre ridurre il nostro consumo di energia.
Con la legge sul CO2 la Svizzera concretizza la propria volontà di proteggere il clima. Esiste un controvalore reale?
Se si considera questo fatto in modo isolato la risposta è no. Il contributo della Svizzera alle emissioni di CO2 dei Paesi industrializzati è pari allo 0,2%. Riducendo dell'8% tale quota, già marginale, praticamente non si nota nulla. L'importante però è la solidarietà globale. Solo in questo modo il sistema multilaterale funziona. Solo quando ogni Paese si impegna è possibile ridurre le emissioni globali.
In fin dei conti, quindi, alla Svizzera rimangono solo i costi?
Sicuramente le imprese che investono nel risparmio energetico devono sostenere dei costi aggiuntivi. Tuttavia, ne traggono anche vantaggi, perché in tal modo spendono di meno per coprire il loro fabbisogno di energia. Con i prezzi del petrolio che tendono ad aumentare a lungo termine, vale la pena investire in tale settore. Inoltre, attraverso questi investimenti, vengono sviluppate anche tecnologie e capacità che possono essere vendute. Dal punto di vista economico, la lotta contro il riscaldamento del clima comporta quindi generalmente solo vantaggi.
Con il protocollo di Kyoto sono state unicamente prese di mira le emissioni di CO2 dei Paesi industrializzati. Non crede che i Paesi in via di sviluppo possano fare dei calcoli diversi ed investire le loro scarse risorse nella formazione, nelle cure mediche o negli impianti sanitari piuttosto che nella protezione dell'ambiente?
La protezione dell'ambiente dovrebbe essere avere la massima priorità proprio nei Paesi in via di sviluppo, soprattutto perché l'ambiente non costa nulla, è un dono della creazione. È la distruzione che costa, come pure le misure adottate per evitare una rovina totale. Inoltre, per questi Paesi l'ambiente è un "dono" particolarmente importante: la maggior parte di tali popolazioni vive infatti direttamente dei prodotti della natura, provenienti sia dal bosco che da attività agricole seminaturali. Se si danneggia questo ambiente con i cambiamenti climatici o con la distruzione della copertura vegetale, le persone che vi vivono non avranno più nulla da mangiare. Il loro unico capitale è infatti la natura.
E come convincere i Paesi sviluppati a fare qualcosa che per aiutare gli Stati più poveri?
Ad esempio attraverso il Fondo mondiale per l'ambiente (GEF), che mette a disposizione i mezzi finanziari per i progetti nei Paesi in via di sviluppo. Oppure con l'"access and benefit sharing": quando un'impresa scopre un principio attivo vegetale in un Paese in via di sviluppo e, a partire da esso, realizza un nuovo medicinale, anche il Paese da cui proviene tale sostanza deve trarre vantaggio dal suo sfruttamento. In questo modo è possibile motivare i Paesi a proteggere la loro biodiversità e, inoltre, le imprese ottengono l'accesso alle risorse naturali.
Indipendentemente dai cambiamenti climatici, di quale protezione ha più bisogno il "capitale" naturale della Svizzera?
Innanzitutto necessita di spazio. Nel XIX secolo i boschi svizzeri sono stati drasticamente decimati, e questo ha avuto conseguenze particolarmente negative, come dimostra ad esempio il caso di Haiti, dove a fine maggio 2004 centinaia di persone sono morte a causa delle inondazioni. Grazie alle misure di protezione i boschi svizzeri hanno tuttavia potuto riconquistare i loro spazi, tanto che oggi disponiamo di una superficie forestale pari al 30% del territorio complessivo. Ciò costituisce un grande successo. Un altro punto è la qualità dell'aria. Insieme agli inquinanti atmosferici, finisce nel bosco anche l'azoto, che indebolisce gli alberi e li rende meno resistenti ad uragani come Lothar. L'esempio del bosco ci mostra che la sola protezione di ecosistemi isolati non basta: occorre una protezione generale dell'ambiente.
Anche l'agricoltura rappresenta un successo?
La nuova politica agricola rispetta molto meglio le esigenze della natura, ma abbiamo ancora parecchio da fare. I miliardi spesi per gli ingenti sussidi all'agricoltura sono sicuramente giustificati in primo luogo dalla necessità di salvaguardare il paesaggio e la sua diversità naturalistica. La biodiversità di una superficie agricola adeguatamente utilizzata è molto elevata.
Quando si terrà la prossima Giornata dell'ambiente la situazione ambientale sarà migliorata rispetto ad oggi?
Spero di poter portare buone notizie. Ad esempio, l'applicazione della legge sul CO2 con una tassa sul CO2, la ratifica del protocollo di Kyoto a livello mondiale o un passo avanti per quanto riguarda i parchi naturali. Non mi aspetto grandi cambiamenti entro il prossimo anno, ma singoli successi sicuramente sì.
Intervista di Oliver Graf
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