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Quello degli idrocarburi clorurati (CHC) è uno dei gruppi di sostanze pericolose che pongono maggiori problemi in sede di risanamento dei siti contaminati. Per mettere rapidamente mano all’opera di bonifica Confederazione e Cantoni hanno avviato il progetto ChloroNet. Ne parlano a Focus i due responsabili: Gabriele Büring dell’Ufficio dei rifiuti, dell’acqua, dell’energia e dell’aria, sezione Siti contaminati, del Canton Zurigo (AWEL) e Christiane Wermeille della divisione Rifiuti e materie prime, sezione Siti contaminati e rifiuti industriali, dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM).
Insieme ai Cantoni di Zurigo e San Gallo l'UFAM ha avviato un progetto nazionale denominato ChloroNet e allestito una piattaforma nazionale in materia di siti contaminati da idrocarburi clorurati (CHC). Ma cosa sono esattamente questi "siti contaminati da CHC"?
Wermeille: La sigla CHC sta per "idrocarburi clorurati". Si tratta nella fattispecie di un gruppo di sostanze chimiche utilizzate essenzialmente come solventi. I siti contaminati da CHC sono dunque dei terreni in cui il maggiore problema ambientale è rappresentato da questi particolari solventi. Nel progetto ChloroNet ci occupiamo solo dei 14 idrocarburi clorurati molto volatili importanti nel contesto dei siti contaminati.
Dove e come sono stati utilizzati finora questi solventi?
Wermeille: A partire dagli anni '20 sono stati per la verità impiegati in grosse quantità in diversi settori produttivi: nell'industria meccanica come sgrassatori di parti metalliche, nelle tintorie o lavanderie chimiche, nell'industria orologiera, in quella cartaria, ma anche per l'estrazione della caffeina o per la fabbricazione di pesticidi in agricoltura. Questi solventi sono in effetti molto facili da manipolare, sono economici e non emanano odori sgradevoli. Che potessero essere pericolosi lo si è scoperto sono negli anni '80.
Perché solo allora? E come mai?
Wermeille: Beh, è semplice: i lavoratori che avevano giornalmente a che fare con questi solventi hanno sviluppato problemi di salute che potevano essere, ad esempio, forti mal di testa o malori quando inspiravano. All'inizio si è dunque cominciato a ridurre queste sostanze per ragioni essenzialmente legate alla sicurezza sul posto di lavoro. Solo più tardi ci si è accorti della presenza di queste sostanze anche nelle acque sotterranee e nell'acqua potabile. Ed è solo allora, quindi, che gli esperti hanno cominciato ad occuparsi in modo sistematico delle loro caratteristiche e della loro diffusione.
E oggi cosa si sa di questi CHC?
Büring: Gli idrocarburi clorurati sono inquinanti detti persistenti: sono cioè sostanze che si accumulano nell'ambiente e che si decompongono o molto lentamente o affatto. Alcuni dei loro prodotti di decomposizione possono inoltre essere altamente problematici o addirittura cancerogeni, come ad esempio il cloruro di vinile. I CHC sono inoltre estremamente mobili. Se, mettiamo il caso, al secondo piano di uno stabile vi era una lavanderia chimica, è ancora oggi possibile trovare nel sottosuolo i CHC trasportati dalle acque di scarico delle lavatrici. Questo tipo di solventi può infatti infiltrarsi nelle pavimentazioni in calcestruzzo e dagli scantinati penetrare fin nella terra.
Wermeille: E non è tutto: possono addirittura percolare attraverso gli strati permeabili del terreno e raggiungere le falde sotterranee dove, essendo più pesanti dell'acqua, si depositano sul fondo dei bacini. Nel corso di anni o di decenni queste sostanze o i loro sottoprodotti si disciolgono poi nelle acque sotterranee in concentrazioni diverse ed è così quindi che finiscono anche nell'acqua potabile.
Immagino che ciò debba rendere molto difficile un risanamento...
Wermeille: Certo. I CHC sono così mobili che non li si ritrova solo dove venivano prodotti o dove venivano depositati i loro rifiuti. Avviene il contrario con i metalli pesanti che, essendo perlopiù statici, rimangono accumulati nel punto esatto in cui vengono impiegati o smaltiti. È perciò relativamente facile bonificare un sito contaminato da metalli pesanti, in genere mediante rimozione meccanica del terreno inquinato. Decontaminare un sito inquinato da solventi clorurati è invece assai più difficile. A causa della loro mobilità i CHC costituiscono infatti uno dei gruppi di sostanze senz'altro più pericolose e più problematiche di tutta la questione relativa ai siti inquinati.
Büring: Dagli anni '90 ad oggi, nel quadro dell'attuazione del risanamento, sono stati individuati e trattati nel Canton Zurigo circa 150 siti inquinati da CHC. Molti siti contaminati da CHC sono stati risanati nell'ambito di progetti di costruzione. Data la complessità di questi composti e delle condizioni geologiche il problema non è tuttavia ancora risolto. Ecco perché il Cantone investe in questo progetto sia in termini di risorse finanziarie sia in termini di risorse umane.
Wermeille: Oggi, in Svizzera, i siti contaminati dovrebbero presumibilmente essere attorno ai 4000. Quanti di questi siano contaminati da CHC non si sa però esattamente. Ciò che si tratta comunque di fare per prima cosa nel quadro del progetto ChloroNet è sia raccogliere e rendere fruibili le conoscenze esistenti in Svizzera e all'estero in materia di risanamento sia sviluppare criteri di valutazione relativi ai metodi di bonifica.
Abbiamo una vaga idea di quanti siti contaminati da CHC potrebbero esserci?
Wermeille: In un buon 30 per cento di tutte le stazioni di misurazione che compongono la Rete nazionale d'osservazione della qualità delle acque sotterranee (NAQUA) si rileva la presenza di idrocarburi clorurati nelle acque sotterranee. Nella maggior parte dei casi la fonte dell'inquinamento è riconducibile a un sito inquinato. A causa della mobilità di questi composti è tuttavia difficile conoscere l'ubicazione esatta del sito incriminato. Individuarlo non è tutto, del resto: una volta trovato il sito, occorre in ogni caso scegliere la giusta strategia d'indagine per analizzarlo e, se si deve risanarlo, la giusta strategia per bonificarlo. Il tutto è, come si può ben vedere, estremamente impegnativo e complicato.
Ciò significa che non esiste ancora nessun metodo che funzioni davvero?
Büring: Non esattamente. La problematica dei siti contaminati da solventi clorurati è talmente complessa che il più delle volte non si riescono a raggiungere gli obiettivi di risanamento. Spesso succede infatti che le acque sotterranee abbiano già trasportato i CHC altrove, il che significa che il sottosuolo può essere contaminato anche in altri punti. Rimuovere dunque il terreno inquinato nel sito di rilevamento consente sì di eliminare il principale focolaio d'inquinamento, ma non risana gli inquinamenti a distanza. Depurare le acque sotterranee è, d'altra parte, un processo che richiede molto tempo: primo, perché la localizzazione è spesso difficile; secondo, perché il luogo della misurazione e quello del rinvenimento possono essere anche molto distanti tra loro. Riponiamo perciò grandi speranze in questo progetto: se riusciremo a studiare meglio i siti inquinati da CHC, riusciremo anche a risanarli meglio di quanto facciamo oggi.
Wermeille: È possibile tuttavia che ci si trovi anche nella situazione di non poter eliminare completamente queste sostanze. Il progetto comprende non a caso anche un sottoprogetto relativo alla gestione del rischio: se non riusciamo a contrastarlo altrimenti, dobbiamo almeno imparare a gestire il pericolo dei CHC in modo razionale. Non vogliamo ovviamente amplificare o banalizzare il problema quanto piuttosto trovare la via più corretta ed efficiente per gestirlo.
Ma dove sta esattamente il rischio? Nel deterioramento qualitativo dell'acqua potabile?
Büring: Gli idrocarburi clorurati sono i più problematici tra gli inquinanti organici delle acque sotterranee. I valori limite che devono rispettare le loro concentrazioni sono rigorosamente definiti nell'ordinanza sui siti inquinati (OSiti) ed è a questi che si fa riferimento per la valutazione dei siti. Nel 7,5 % delle stazioni di misurazione della rete NAQUA i tenori di CHC misurati superano i valori limite. Non vi è dubbio che un inquinamento capillare delle acque sotterranee desterebbe preoccupazione per via dei possibili danni cronici che reca alla salute. Una cosa è dunque chiara: i CHC, nell'acqua potabile, non devono entrarci. Questo è lo scopo del progetto.
Quanto costerà il risanamento dei siti contaminati da CHC?
Büring: Non lo sappiamo ancora e non esistono neppure stime in merito. Questa è un'altra cosa che vogliamo indagare nell'ambito del progetto. Ciò che è sicuro è che sarà molto caro e che richiederà molto tempo. Quanto migliori saranno le conoscenze di cui disporremo sulle proprietà e sul processo di decomposizione dei CHC e quanto più aperti saranno gli scambi in materia di strategie d'indagine e di metodi di risanamento, tanto maggiori saranno i risparmi che otterremo e i benefici che ne avranno tutte le parti coinvolte.
E tutto questo chi lo pagherà?
Wermeille: Il finanziamento del risanamento dei siti contaminati da CHC è disciplinato come per tutti gli altri siti contaminati. Si applica il principio di causalità: paga cioè chi inquina, anche se qui il più delle volte il responsabile non è noto, vuoi perché l'impresa non esiste più, vuoi perché non si può più ricostruire la storia del sito. In questi casi paga dunque la collettività e la Confederazione si accolla il 40 per cento dei costi. L'obiettivo è comunque risolvere la situazione dei siti contaminati sull'arco dei prossimi 25 anni.
Ancora una domanda: oggi questi solventi sono ancora utilizzati?
Wermeille: L'impiego degli idrocarburi clorurati è severamente regolata in modo da evitare di creare nuovi siti contaminati. Alcuni CHC sono ormai assolutamente vietati, molti sono stati sostituiti con altri solventi meno problematici. Se oggi si utilizzano ancora dei CHC lo si fa in genere in sistemi chiusi.
Il 14 maggio prossimo si terrà a Berna il primo convegno del progetto ChloroNet. Quanto interesse c'è attorno all'evento?
Wermeille: L'interesse è grandissimo. Ci aspettavamo al massimo 100 partecipanti e invece abbiamo già 200 iscrizioni, non solo da parte di responsabili cantonali e uffici di consulenza, ma anche di imprese che possiedono siti del genere.
Intervista raccolta da Robert Stark
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