Scienza e politica a colloquio: «Per convincere bisogna coniugare sapere ed emozioni»

Dal punto di vista etimologico «statistica» deriva da «Stato», come dire che è impensabile al giorno d’oggi governare uno Stato senza dati. Ma che interazione c’è tra parametri scientifici e politica? ambiente l’ha chiesto a due esperti di dati ambientali. Uno, Felix Kiesnast, li produce. L’altro, René Longet, li utilizza.

Intervista raccolta da Lucienne Rey

René Longet
René Longet ha partecipato alle conferenze di Rio, Rio+10 e Rio+20 ed è impegnato da anni a favore dello sviluppo sostenibile a tutti i livelli della politica federale. In quanto ex sindaco del Comune di Onex (GE) ed ex consigliere nazionale, esprime il punto di vista degli utilizzatori di dati ambientali.
© Flurin Bertschinger, Ex-Press

ambiente: Signor Longet, stando all’Ufficio federale di statistica (UST), nel 1985 la superficie del Comune di Onex era impermeabilizzata per il 31,1%. Nel 2004 per il 38,5%. Cosa pensa un politico impegnato a favore dell’ambiente come lei di fronte a queste cifre?

René Longet (RL): Queste cifre non fanno che riflettere ciò che in fondo appariva già visibile guardando alcune foto aeree degli anni Trenta: la superficie urbana si è fortemente estesa e il paesaggio si è frammentato. È scioccante da vedere, eppure l’occhio umano non dice sempre tutta la verità: non tutto ciò che è verde è sempre natura incontaminata, non tutte le superfici costruite sono ecologicamente morte. I parchi e i giardini privati, i siti industriali rinaturati e persino le piazze d’armi possono essere luoghi propizi alla biodiversità, mentre alcune zone agricole risultano spesso ostili alla vita di molte specie. Per vedere al di là delle apparenze abbiamo bisogno di informazioni oggettive sotto forma di dati scientifici.

Felix Kienast
Felix Kienast è professore di ecologia del paesaggio al Politecnico federale di Zurigo. Dirige inoltre la divisione Dinamica del paesaggio all’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL). In questa funzione rileva dati per numerosi indicatori, tra cui quelli per il programma «Rete d’osservazione del paesaggio svizzero» (LABES) condotto dall’UFAM.
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Signor Kienast, il 63% della superficie del Cantone Ginevra è impermeabilizzata. Questa cifra ci dice qualcosa in merito alla qualità del paesaggio?

Felix Kienast (FK): Assolutamente sì. Il programma «Rete d’osservazione del paesaggio svizzero» (LABES) rileva, oltre alla superficie impermeabilizzata, anche la superficie insediativa e l’indice di frammentazione. Insieme, questi tre indicatori ci permettono di rilevare le aree densamente costruite e quelle in cui le misure di densificazione della struttura urbana hanno contribuito in qualche modo ad arginare la frammentazione. È questo del resto l’obiettivo del monitoraggio: non limitarsi a denunciare le evoluzioni problematiche, ma evidenziarle per spingere alla ricerca di soluzioni. A livello svizzero l’impermeabilizzazione non interessa comunque che il 6% della superficie: nulla, dunque, di che far scaldare la politica.

RL: Una media su scala nazionale non dice in effetti niente, tanto più che i due terzi del Paese sono inabitati.

FK: Il fatto è che solo delle cifre allarmanti creano una mobilitazione in favore della disimpermeabilizzazione. Misure come la vegetalizzazione dei tetti, la posa di rivestimenti permeabili, la densificazione dell’abitato o l’urban gardening vengono prese in considerazione solo quando le percentuali d’impermeabilizzazione superano il 65%.

L'Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL) conduce una campagna di raccolta dati sulla qualità del paesaggio. Chi, come lei, fa ricerca tiene conto delle esigenze o delle attese della politica nel concepire questo tipo di analisi?

FK: Nei nostri programmi di monitoraggio trattiamo perlopiù temi d'attualità al centro del dibattito sociale e politico, ma in molti campi facciamo da veri e propri precursori, vedi ad esempio in fatto di percezione del paesaggio. La spinta a integrare nell'analisi la sostenibilità paesaggistica delle energie rinnovabili ci è stata data invece dalla politica.

RL: È importante tuttavia che la scienza non fissi a priori i suoi indirizzi tematici in base all'agenda politica! Occorrono cifre oggettive anche per poter eventualmente fare delle critiche. Non dev'essere compito della scienza filtrare i dati in base agli umori della politica.

FK: Non si tratta di filtrare i dati, ma di scegliere i temi. Se fosse stato per ragioni d'agenda politica non ci saremmo ad esempio interessati alla percezione del paesaggio. Abbiamo tuttavia ritenuto che in una società del tempo libero come la nostra la questione fosse importante. Così, semmai il tema dovesse un giorno entrare nell'agenda politica, disporremmo già di una serie di dati statistici sull'argomento.

RL: Anche questo è vero: studi internazionali confermano infatti che l'attrattiva del paesaggio può ripercuotersi sull'economia, specie in un Paese a forte vocazione turistica come la Svizzera.

Che apporto danno i dati relativi alla Svizzera alle politiche ambientali dei Cantoni? In altre parole: che rapporto c'è tra dati federali e dati cantonali?

RL: I dati sono necessari in primo luogo per il benchmarking, cioè per confrontare tra loro i risultati raccolti da organizzazioni o collettività diverse. Ma lo sono anche per adottare politiche coerenti. Nel settore dell'energia, ad esempio, aiutano i Cantoni a vedere a che punto sono rispetto agli altri. Senza statistiche è impossibile elaborare e poi valutare una politica.

FK: Sì, i Cantoni devono ovviamente potersi confrontare tra loro. La Confederazione fornisce a questo scopo un ampio spettro di dati ad elevato grado di risoluzione, così che si possano trarre conclusioni anche riguardo ai singoli Cantoni.

RL: Sfortunatamente ciò non è possibile per tutte le problematiche. Nel caso delle emissioni di CO2 sarebbe ad esempio importantissimo disporre di dati decentralizzati, che però mancano.

FK: In effetti. Non in tutti i settori esistono metodi che consentono di passare dalla scala nazionale a quella cantonale. In molti casi il rilevamento dei dati risulterebbe peraltro estremamente oneroso. Per quanto concerne la percezione del paesaggio, tentiamo comunque di fare delle estrapolazioni cantonali malgrado le risorse limitate.

Felix Kienast e René Longet
Felix Kienast e René Longet
© Flurin Bertschinger, Ex-Press

I dati costituiscono una base decisionale importante ai fini di una «evidence-based policy», ovvero di una politica fondata su fatti accertati. Questi fatti possono però essere suffragati anche da studi economici o sociologici e, provenendo da settori diversi, possono a volte dar luogo a decisioni contraddittorie. In che modo il politico gestisce queste incongruenze?

RL: L'arte della politica sta nel risolvere le contraddizioni al livello più elevato. L'uomo deve poter vivere bene economicamente e questo è un fatto, ma a lungo termine non c'è economia senza risorse naturali: occorre dunque puntare su un'economia sostenibile. L'idea che deve affermarsi in politica è che protezione della natura e sviluppo economico non sono necessariamente in contraddizione tra loro.

FK: In ambito scientifico cerchiamo di risolvere questo dilemma con il concetto di prestazioni ecosistemiche: la scienza ha fatto grossi progressi a questo livello. A favorire una politica basata sull'evidenza è però anche il fatto che i dati sono diventati molto accessibili: la popolazione può consultarli direttamente, per esempio attraverso Google Maps, e seguirne le evoluzioni. L'autorità non ha più di un diritto di acquisizione esclusivo su certe informazioni e questo ci aiuta a integrare nella discussione politica le cifre raccolte dalla ricerca.

RL: Oggi, in politica, la scienza è effettivamente tenuta in maggiore considerazione che in passato e il confronto con i dati è diventato prassi corrente. La costante evoluzione dei metodi di rilevamento induce all'ottimismo. Meno rallegrante è vedere invece che la politica tende sempre ad essere un po' a rimorchio della scienza.

Cosa significa? Che oggi nel dibattito politico si tende a definire i problemi in termini scientifici più spesso che in passato?

RL: I dibattiti sul clima e sull'ozono sono stati in ogni caso portati sul tavolo della politica dalla scienza. Quando la dimensione del problema è globale, l'impulso viene sempre dalla scienza. La difficoltà di questi temi sta però nel fatto che non si possono sperimentare nella vita pratica. Ed è qui che il dialogo tra scienza, società e politica si fa essenziale.

FK: È proprio per questo che adesso quasi tutti i grandi progetti scientifici curano il dialogo con i gruppi d'interesse. Entrambi gli interlocutori mi sembrano peraltro essere diventati partner migliori: i politici comprendono meglio i lavori scientifici e i risultati talvolta contraddittori che ne derivano, e i ricercatori si considerano ormai parte integrante del sistema.

È già accaduto che dati raccolti dal WSL siano stati fraintesi o mal interpretati?

FK: Finora i risultati emersi dal nostro programma di osservazione del paesaggio non hanno portato a nessuna conclusione veramente errata. Pur riuscendo ad inquadrarli bene dal punto di vista scientifico, alcuni risultati non sono stati tuttavia sempre facili da interpretare. Prendiamo ad esempio gli indicatori di percezione: le risposte date in Ticino a questo riguardo erano analoghe a quelle date in aree urbane densamente popolate, cosa che di primo acchito non collima con l'immagine che molte persone e anche molti politici hanno del paesaggio ticinese. Se però pensiamo a quanto sia urbanizzata buona parte del Cantone, il risultato non sorprende.

RL: È bene in ogni caso che i responsabili politici imparino a conoscere meglio i metodi scientifici. Adesso vi sono fra l'altro strumenti giuridici - vedi ad esempio gli esami di impatto sull'ambiente, i piani di zona per i piloni dell'alta tensione o altre basi analoghe - che li obbligano a una raccolta sistematica di dati.

Signor Kienast, è soddisfatto del modo in cui la politica e l'amministrazione percepiscono e utilizzano i vostri dati? O auspicherebbe a volte che i risultati delle vostre ricerche avessero più impatto?

FK: Per nostra fortuna quello del paesaggio è un tema che tocca la popolazione da vicino: le persone vi prestano attenzione ogni giorno andando al lavoro o durante il tempo libero, e questo fa sì che la politica presti attenzione a noi.

RL: Personalmente, l'argomento "paesaggio" mi mette un po' a disagio. Il paesaggio è qualcosa che cambia costantemente e in genere questo cambiamento è percepito perlopiù negativamente dalla gente. Lo si vede ad esempio bene con gli impianti per la produzione di energie rinnovabili, che di fatto nessuno vuole.

FK: L'esempio delle energie rinnovabili è interessante. Se vogliamo trovare fonti energetiche sostitutive al nucleare, ma anche al petrolio o al gas naturale, la società deve giocoforza confrontarsi con la questione del consumo di energia e dell'auspicabilità di tali infrastrutture. Per questo c'è bisogno di una buona pianificazione, che preveda ad esempio eventuali zone d'esclusione, ma anche di accettazione sociale. E perché ciò accada la popolazione deve prima dare un valore simbolico a queste infrastrutture. Il cammino da percorrere è dunque ancora lungo!

RL: In fondo, anche l'atteggiamento nei confronti dell'energia idraulica, che pure era tanto avversata all'inizio, è cambiato nel corso del tempo. Negli anni Quaranta la gente non ne era affatto contenta. Oggi molti la vedono diversamente.

A proposito di dimensione storica: come fare per integrare nuove problematiche in un programma di monitoraggio esistente senza comprometterne la comparabilità con i rilevamenti precedenti?

FK: Per riconoscere i problemi precocemente è indispensabile disporre di statistiche di lungo periodo. Cerchiamo perciò di far sì che il nostro sistema di osservazione poggi per quanto possibile su serie di dati che possono essere completate a posteriori. Tutto ciò che può ad esempio essere ricostruito a partire da una cartina in scala 1:25 000 si presta bene allo scopo e molti degli indicatori con cui lavoriamo sono di questo tipo.

E queste lunghe serie di dati statistici aiutano la comunicazione politica quando si tratta ad esempio di informare la popolazione riguardo a misure che si prevede di intraprendere?

RL: Certo, perché tutto ciò che riguarda l'evoluzione storica suscita grande interesse. Noi uomini d'oggi ci troviamo di continuo nella situazione di dover combattere contro la discrepanza che esiste tra le cifre e il nostro vissuto personale. Grazie ai dati storici possiamo invece stabilire una relazione personale con i fatti e mostrare che anche in passato l'umanità era definita in funzione dei suoi problemi ambientali. Questo facilita l'approccio ai problemi e risveglia l'attenzione. La storia e la geografia sono un tutt'uno e ciò crea concordanza. Per me sta qui l'importante: per convincere bisogna coniugare sapere ed emozioni.

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Ultima modifica 11.02.2015

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