Economia ed ecologia in agricoltura: «Un’immagine poco legata alla realtà»

Le attuali condizioni quadro della politica agricola impediscono lo sviluppo di un settore agroalimentare ecologico e concorrenziale. Le interazioni che vigono nel settore sono complesse e ambiente ne ha voluto parlare con due esperti: Priska Baur e Markus Jenny.

Intervista di Lucienne Rey 

ambiente: Signora Baur e signor Jenny, in Svizzera nei negozi di alimentari e nei mercati sono esposti cibi belli e ben presentati, nessuno muore di fame. Eppure l'agricoltura è spesso tra i punti all'ordine del giorno dell'agenda politica. Come mai?

Priska Baur (PB): L'agricoltura è in effetti un tema intramontabile. E che susciti sempre grande interesse è comprensibile: tutti sono esperti quando si parla di alimentazione. E tutti, in politica, pretendono di volere un'agricoltura sostenibile e di conoscere le risposte giuste. Un confronto obiettivo e rispettoso sulle opinioni degli uni e degli altri sembra spesso impossibile. Il che, a mio avviso, non è dovuto a interessi economici divergenti, bensì a posizioni e valori radicalmente differenti. In politica agricola non si decide tanto in base ai fatti, quanto piuttosto in base a rappresentazioni e sentimenti.

Markus Jenny (MJ): Senza dimenticare gli interessi finanziari; a livello mondiale l'agricoltura è dominata dai settori a monte e a valle: i fabbricanti di sementi, di pesticidi e di concimi da un lato e l'industria alimentare dall'altra. Ci sono grosse cifre di denaro in gioco. Ma anch'io penso che molte decisioni della politica agricola largamente sostenute dalla popolazione siano prese di pancia, in base a sensazioni fondate su un'immagine di agricoltura poco legata alla realtà.

Da dove viene quest'immagine sfasata?

PB: In un'epoca di cambiamenti rapidi come la nostra siamo alla ricerca di qualcosa su cui fare affidamento. La pubblicità dei grandi distributori gioca su questa nostalgia del paradiso perduto. Mostra mucche che pascolano in prati verdi e galline che razzolano sotto un cielo blu. La realtà è che le vacche sono nutrite con foraggio concentrato e i polli ingrassati in batteria. Ma noi preferiamo non vederla, perché è in conflitto con il comportamento che abbiamo come consumatori.

MJ: L'esempio della produzione di pollame mostra bene quanto l'immagine dell'agricoltura svizzera poggi in realtà su rappresentazioni largamente idealizzate. A causa del numero estremamente elevato di capi di bestiame da reddito, la Svizzera emette quantità eccessive di ammoniaca. Nell'ultimo ventennio ne abbiamo liberate ogni anno 48 000 tonnellate, quando l'ambiente non ne sopporta più di 25 000. Che un Cantone investa 6 milioni di franchi per riuscire a ridurre del 3 per cento in cinque anni le emissioni di ammoniaca, ma al contempo autorizzi la costruzione di un numero di allevamenti di polli tale da far innalzare nuovamente le emissioni dell'1,5 per cento, non solo è insensato ma anche chiaramente nefasto sia sotto il profilo economico che sotto quello ecologico.

Cifre così eloquenti non dovrebbero bastare a convincere tutti?

MJ: Nella popolazione e anche fra i contadini c'è poca consapevolezza del problema, perché il trasferimento di conoscenze è talvolta volutamente cortocircuitato. La stampa agricola è perlopiù allineata sulla posizione dell'Unione Svizzera dei Contadini (sbv-usp). Le opinioni divergenti non arrivano agli agricoltori. Molti articoli sono così fortemente influenzati dagli interessi delle imprese a monte, per esempio dai rivenditori di concimi, di sementi o di pesticidi, che le voci critiche - e ce ne sono - sono costrette a cercare altrove un modo per esprimersi.

PB: L'Unione Svizzera dei Contadini è abile nella comunicazione. Nella sua iniziativa popolare «Per la sicurezza alimentare» suggerisce che oggi si impedisce all'agricoltura svizzera di produrre di più, quando invece se le si permettesse di avere rendimenti più alti potrebbe contribuire di più a garantire l'approvvigionamento. Il punto su cui fa leva la sbv-usp è il cosiddetto grado di autoapprovvigionamento, ovvero il grado di approvvigionamento con derrate alimentari di produzione indigena, attualmente pari «solo» al 55-60 per cento. Quest'argomentazione, che di primo acchito sembra plausibile, è fuorviante. Per gli alimenti che il clima ci permette di produrre sul posto - cereali panificabili, patate e carne, ad esempio - il nostro grado di autoapprovvigionamento si aggira già attorno al 100 per cento; nel caso del latte è addirittura superiore. Questo tasso è però sovrastimato, in quanto per molte derrate alimentari teoricamente considerate indigene dipendiamo in realtà da beni importati. Questo vale soprattutto per la produzione di carne: se in tempo di crisi venissero a mancare le importazioni di foraggio, buona parte del bestiame da reddito dovrebbe essere abbattuta. E la produzione di pollame crollerebbe del tutto, visto che anche i genitori degli ibridi da ingrasso sono regolarmente importati. Il tasso di autoapprovvigionamento dice dunque poco sulla sicurezza alimentare della popolazione.

Il numero di aziende agricole è in costante calo da anni. Non c'è da sperare che, se fossero più grandi, sarebbero gestite in modo più professionale e redditizio?

PB: Non è provato che vi sia un rapporto diretto tra la dimensione di un'azienda, la sua redditività e la sua prestazione ecologica. Certe sono piccole e funzionano bene, altre sono grandi e falliscono. La politica dovrebbe puntare a creare condizioni chiare, non a predisporre strutture. Il fatto è che molte aziende svizzere sono fortemente diversificate. I giovani contadini hanno una buona formazione, ma sono sotto pressione perché non possono essere professionisti in tutto. Hanno quindi bisogno di farsi consigliare e in questo l'influenza dei settori a monte è grande. I fornitori di prodotti fitosanitari offrono ad esempio più consulenza delle autorità.

MJ: Prendiamo ad esempio l'economia lattiera: gli allevatori che hanno puntato su una produzione adeguata al sito e utilizzano il proprio foraggio riescono in genere meglio di quelli che praticano una produzione intensiva dipendente da risorse esterne. Le loro vacche producono dai 6000 ai 7000 litri di latte l'anno invece che 10 000, ma dal momento che si nutrono soprattutto d'erba permettono ai contadini di rinunciare a un allevamento altamente meccanizzato e dipendente da mangimi importati. Meno sembrerebbe dunque essere meglio, specie in un settore che soffre per la sovrapproduzione e il crollo dei prezzi come quello lattiero. Basta d'altronde uno sguardo al bilancio globale del settore per capire che la capacità di autofinanziamento dell'agricoltura svizzera è estremamente ridotta a causa soprattutto degli elevati costi di produzione, che «mangiano» circa il 77 per cento delle entrate di un'azienda. Rispetto ai Paesi vicini i costi complessivi sono del 40 al 60 per cento più elevati e i mangimi importati costituiscono la principale voce di spesa. In questo modo le aziende «foraggiano» soprattutto il settore a monte, i cui guadagni aumentano a mano a mano che la produzione diventa più intensiva.

Ogni anno lo Stato versa ai contadini quasi quattro miliardi di franchi in pagamenti diretti e altri sussidi. Questo non basta a garantire loro un salario confortevole?

PB: Più di 20 anni fa si è presa una decisione importante in ambito agricolo: separare la politica dei redditi da quelli dei prezzi. I prezzi dovevano essere regolati dal mercato, i redditi dei contadini dovevano essere assicurati mediante i pagamenti diretti. Questa strategia si è però fermata a metà strada. I pagamenti diretti sono stati potenziati, ma i prezzi sono ancora fortemente sostenuti. Secondo calcoli dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE), l'agricoltura svizzera deve annualmente circa 6 miliardi dei suoi redditi alla politica. I nostri contadini continuano dunque ad essere tra i più protetti al mondo.

MJ: La Politica agricola 2014 - 2017 ha come obiettivo quello di ridurre il sostegno forfetario alla produzione e incoraggiare le prestazioni d'interesse pubblico quali la conservazione della biodiversità o l'uso efficiente delle risorse. Il principio della giusta compensazione dei beni non commerciabili continua ad applicarsi in ogni caso, ma è assurdo dal punto di vista economico sostenere una produzione troppo intensiva per poi pagare i danni che causa con il denaro dei contribuenti. Per di più, le indennità accordate per prestazioni d'interesse pubblico sono compatibili con il libero scambio in ambito agricolo, mentre le misure protezioniste volte a tutelare la produzione non sono affatto tollerate.

Come mai allora molti agricoltori persistono nel voler assicurare il proprio reddito soprattutto attraverso la produzione, rifiutando di integrarlo con i pagamenti diretti?

PB: I contadini vorrebbero produrre quante più derrate alimentari è possibile per poter contribuire all'alimentazione mondiale, ma hanno anche altri compiti oltre a questo, e non solo in Svizzera. Devono fare in modo che la loro produzione sia ecologicamente sostenibile, conforme alla domanda e in grado di mantenere un paesaggio diversificato. Per molti di loro, un buon contadino è invece uno che ha redditi elevati, indipendentemente dal fatto che i conti della sua azienda quadrino o meno.

MJ: Eppure il mercato indica chiaramente in quale direzione dovrebbe muoversi la nostra agricoltura. Dovrebbe proporre beni richiesti dalla clientela ed ad alto valore aggiunto, per esempio cereali bio coltivati in modo estensivo, senza o con pochi prodotti fitosanitari, e rinunciando completamente ai regolatori di crescita. Se continuiamo ad importare circa i due terzi dei cereali necessari a produrre pane biologico è perché in alcuni settori la nostra agricoltura non ascolta le esigenze del mercato. Con i prodotti di una «turbo-agricoltura» che lavora a forza di pesticidi e fertilizzanti la Svizzera non sarà mai concorrenziale, considerato che gli stessi beni sono coltivati a costi molto inferiori in altri Paesi.

Un'agricoltura non orientata a produrre grandi quantità di generi agricoli sarebbe comunque in grado di nutrire l'intera popolazione svizzera?

MJ: Uno studio di Vision Landwirtschaft dimostra che in caso di crisi si potrebbe in ogni caso continuare a sostentare una popolazione almeno pari a quella attuale, che è di 8,2 milioni di persone. A una condizione però: modificare radicalmente la nostra produzione e le nostre abitudini di consumo, il che significherebbe produrre molte più patate e cereali panificabili e ridurre il numero di animali da reddito. I risultati dello studio mostrano inoltre che, contrariamente alle tesi spesso avanzate, non esistono conflitti d'interesse tra sicurezza d'approvvigionamento ed altri obiettivi della politica agricola. Un'economia rurale che rispetta le risorse e raggiunge gli obiettivi ambientali per l'agricoltura fissati dalla Confederazione contribuisce in maniera decisiva a garantire un approvvigionamento sicuro. Se però manteniamo le nostre attuali abitudini alimentari, anche un'agricoltura svizzera in linea con questi obiettivi sarà costretta ad importare certi alimenti.

PB: Oggi l'agricoltura svizzera produce più di quanto abbia mai fatto in passato. Fissare però lo sguardo sulle quantità e sulle calorie distoglie fatalmente l'attenzione dalla sua sfida principale: che non è produrre di più, bensì far fronte alle realtà di una concorrenza in costante crescita.

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Ultima modifica 24.08.2016

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