Economia: biodiversità come fattore concorrenziale

Industria farmaceutica, agricoltura o pesca, molti settori economici dipendono dalla conservazione della varietà biologica. Ma come fanno le aziende a misurare le loro prestazioni a favore della biodiversità? Uno studio condotto su mandato dell’UFAM fa luce sulle prassi seguite in Svizzera.

Mela della varietà Alant.
Mela della varietà Alant.
© Agroscope

Testo di Mirella Wepf

Le varietà di mele Jonathan e Boskoop sono tra le più note in Svizzera. Chi conosce invece la Alant? Praticamente nessuno. La cosa non stupisce più di quel tanto, visto che l’ultimo albero di questa varietà è stato abbattuto alcuni anni fa da una tempesta: la mela da tavola e da mosto Alant sopravvive ormai solo in vivai scientifici grazie ad alcuni rami da innesto che erano stati salvati. E per fortuna, possiamo dire! La stazione di ricerca Agroscope Changins-Wädenswil ACW ha recentemente scoperto che la Alant è estremamente resistente al colpo di fuoco batterico e l’ha quindi promossa a regina del suo programma di coltivazione, sperando così di poterne tramandare le proprietà positive.

L’esempio della Alant mostra chiaramente quanto siano importanti le risorse genetiche e la conservazione della varietà biologica: all’improvviso, una modesta mela da mosto può diventare un asso nella manica nella lotta contro una malattia altamente contagiosa.

Per l’economia la biodiversità diventa sempre più spesso un’unità di misura da affiancare a parametri prettamente finanziari. «Rispetto ai numerosi strumenti cui fa capo la protezione del clima, i criteri di valutazione della varietà biologica sono ancora ai primi passi», spiega Stefan Schwager della divisione Affari internazionali dell’UFAM che nell’autunno 2010 aveva partecipato alla 10a Conferenza delle Parti alla Convenzione sulla diversità biologica tenutasi a Nagoya, in Giappone. In quell’occasione, oltre al Piano strategico per la conservazione della diversità biologica, era stato adottato anche il Protocollo di Nagoya sull’accesso alle risorse genetiche e l’equa condivisione dei benefici derivanti dal loro utilizzo: un documento determinante per sapere come le aziende dovranno utilizzare in futuro certi elementi della biodiversità (cfr. pag. 38).

Un fattore concorrenziale sempre più forte

Nel quadro della Conferenza si sono tenute diverse manifestazioni che hanno avuto come protagonisti i rappresentanti dell’economia e hanno esaminato il ruolo e le possibilità che essi possono avere nella conservazione della biodiversità. Una cosa è certa: alcuni settori economici, tra cui l’agricoltura e la pesca, l’industria farmaceutica e cosmetica, il turismo e la produzione di energia idroelettrica, dipendono fortemente dalla diversità biologica e dalla presenza di ecosistemi intatti. Stando al Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), circa il 40 % dell’economia mondiale si basa su prodotti naturali e processi biologici.

Alcuni settori, tra cui quello dell’estrazione di materie prime, possono viceversa compromettere fortemente gli ecosistemi. A incidere sulla biodiversità sono però anche le politiche di investimento o il finanziamento di dighe, miniere, porti o strade messi in atto da attori pubblici e privati.

Da un rapporto della Banca Mondiale e dell’UNEP risulta che il 60 % dei servizi ecosistemici è degradato o non è sfruttato in modo sostenibile. Il ruolo che l’economia può avere nella protezione degli ambienti è dunque significativo. «La sensibilità del settore privato è in netta crescita», spiega Stefan Schwager. Lo si è visto anche a Nagoya: «In quest’ambito si sta osservando un crescente dinamismo, ma riguardo ai criteri di valutazione e agli indicatori regnano ancora molte incertezze.»

Il grafico mostra la quota della cifra d’affari dei diversi settori economici direttamente legata alla biodiversità. La strategia della «biodiversità come opportunità aziendale» prende piede in tutti i settori: la varietà biologica non è solo una risorsa importante, ma suscita anche emozioni e riserva un enorme potenziale d’innovazione.
Il grafico mostra la quota della cifra d’affari dei diversi settori economici direttamente legata alla biodiversità. La strategia della «biodiversità come opportunità aziendale» prende piede in tutti i settori: la varietà biologica non è solo una risorsa importante, ma suscita anche emozioni e riserva un enorme potenziale d’innovazione.

Imprese svizzere e biodiversitàDopo la Conferenza, Schwager e il suo team hanno deciso di puntare lo sguardo sul mercato svizzero e hanno commissionato alla società Connexis AG uno studio volto a rispondere alle seguenti domande: che approccio hanno le agenzie di rating specializzate in investimenti socialmente responsabili (Socially Responsible Investment, SRI) nei confronti della biodiversità? In che modo le imprese svizzere fanno conoscere all’opinione pubblica il proprio approccio in fatto di biodiversità e la loro politica aziendale al riguardo? L’indagine è stata svolta su un campione di imprese scelte, attive nei settori dell’alimentare, del commercio al dettaglio, della farmaceutica, della metallurgia, delle materie prime e della finanza.Nel caso delle agenzie di SRI, il quadro che ne è risultato è il seguente: l’approccio al tema varia molto da agenzia ad agenzia; nella maggior parte dei casi solo singoli settori (in particolare, quello minerario e delle materie prime) vengono valutati sotto il profilo dell’impatto sulla biodiversità e sugli ecosistemi (consumo di acqua e di terreno, contaminazione o influssi sulle foreste vergini). Tutte le agenzie ammettono comunque di non aver ancora integrato in modo sistematico il tema della biodiversità nelle loro valutazioni. Il motivo principale? La domanda (ancora) scarsa da parte dei loro clienti, spesso investitori istituzionali, assicurazioni o casse pensioni. Non sono inoltre ancora stati messi a punto indicatori in grado di determinare la fornitura o meno di prestazioni a favore della biodiversità. Di qui, per Stefan Schwager, l’importanza delle agenzie di SRI: le imprese non modificano infatti la propria politica aziendale solo in risposta a prescrizioni legislative, ma anche in base a criteri di rating economico.

Analisi di bilancio settore per settore

Per lo studio si sono esaminati i siti web, i rapporti annuali e gli altri documenti di politica aziendale accessibili al pubblico di 18 imprese. Le aziende hanno inoltre ricevuto un modulo con cui completare il quadro. I risultati? Nella maggior parte dei casi, i settori dell’agroalimentare e del commercio al dettaglio sono fortemente sensibili al tema della biodiversità e hanno adeguato il loro sistema contabile in modo da tenerne conto. Quest’ultimo è in genere improntato alle direttive della Global Reporting Initiative, un’istituzione che ha elaborato delle linee guida per la stesura di rapporti di sostenibilità in collaborazione con l’UNEP. Tuttavia, mentre aziende molto sensibili all’argomento come Coop e Migros hanno già elaborato un buon sistema di reporting, altre sono praticamente a zero. Nel settore farmaceutico e cosmetico la situazione è analoga. Molto ben sviluppato è soprattutto il reporting di Weleda.

Nel settore delle materie prime e della finanza le cose variano molto da impresa a impresa. Nei loro documenti strategici gli istituti finanziari mostrano spesso grande consapevolezza per la tematica: «Nelle valutazioni sul rischio di credito questo aspetto si coglie però un po’ meno», relativizza Schwager.

L’UFAM vuole ora utilizzare i dati dello studio per andare incontro alle imprese e definire assieme l’ulteriore tappa del processo. «Si tratta adesso di chiarire quali siano i criteri di valutazione e di rendicontazione veramente necessari e significativi», dice Schwager sorridendo compiaciuto. Con ciò vuol dire che, in un’epoca in cui le catene del valore e di distribuzione sono su scala globale, non basta più mettere un bel biotopo davanti all’entrata o sul tetto e contabilizzarlo nel rapporto annuale: «Ma questo, ovviamente, le imprese lo sanno già.» La consapevolezza nei confronti della biodiversità diventa un fattore concorrenziale sempre più forte, così come dieci anni fa lo era la protezione del clima.

Opportunità e rischi

Lo sviluppo della biodiversità procura alle aziende un numero crescente di opportunità e rischi. Se il capitale naturale è minacciato, molte imprese perdono la propria base economica. Ma possono incorrere in un rischio aziendale anche se perdono la reputazione: nessun imprenditore ci tiene a passare per una pecora nera in campo ambientale. «Le società che hanno un contatto diretto con la clientela sono particolarmente attente al riguardo», dichiara Schwager. Devono però impegnarsi a favore di un utilizzo sostenibile delle risorse anche le altre, non da ultimo sulla base di leggi più severe.

La sostenibilità può tuttavia risultare anche vantaggiosa. «Molte aziende hanno imparato dalla protezione climatica che le misure di efficienza ripagano anche dal punto di vista finanziario», spiega Schwager. «Analoghi sviluppi sono quindi da prevedersi nel campo della biodiversità.» Quello dei prodotti rispettosi della biodiversità è un mercato in crescita: secondo stime di un team di ricerca internazionale, il volume di mercato annuo di prodotti agricoli certificati potrebbe salire dagli attuali 40 a 900 miliardi di dollari.

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Scaricare questo numero (PDF, 5 MB, 22.05.2013)2/2013 Conservare la biodiversità

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Ultima modifica 23.05.2013

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