Rischi climatici della piazza finanziaria Svizzera

Gli investimenti fatti oggi determinano in parte il volume di gas serra che saranno emessi in futuro. Con l’Accordo di Parigi concluso nel 2015 la comunità internazionale si è impegnata a orientare i flussi finanziari in chiave clima-sostenibile: una sfida non da poco per la piazza finanziaria svizzera.

Testo di Nicolas Gattlen

Senza interventi supplementari l’innalzamento della temperatura globale potrebbe toccare, di qui al 2100, i 6 °C. Entro lo stesso lasso di tempo rischiamo così di perdere tra il 60 e l’80 per cento dell’attuale superficie dei ghiacciai svizzeri. Stando a uno studio realizzato su mandato dell’UFAM, anche i nostri flussi finanziari contribuiscono in maniera importante a questo riscaldamento. Fino a metà luglio 2017 l’UFAM offre dunque a tutte le casse pensione e assicurazioni svizzere la possibilità di far valutare gratuitamente la sostenibilità climatica del propri portafogli azionari e obbligazionari.
© Michel Roggo

Benché breve, la frase è densa di significato: entrato in vigore nel novembre 2016, l’articolo 2.1.c dell’Accordo di Parigi sul clima obbliga gli Stati parte a rendere i flussi finanziari clima-compatibili, ovvero a orientarli verso uno sviluppo a bassa emissione di gas ad effetto serra. Questa disposizione tocca per la prima volta anche gli investitori: investendo più denaro in tecnologie e agenti energetici innovativi e meno in quelli ad alta produzione di gas ad effetto serra sono chiamati anch’essi a contribuire a mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi rispetto all’era pre industriale: una transizione più che mai urgente, se si considera che rimanere allo status quo avrebbe costi economici immani.

Per poter riorientare i flussi finanziari gli investitori devono tuttavia disporre di informazioni adeguate. Per un risparmiatore o un investitore privato è arduo, oggi come oggi, identificare le società e le attività finanziate con il proprio denaro. Nessun estratto conto specifica infatti se una banca investa i soldi dei propri clienti privati in centrali a carbone o parchi eolici. Non essendovi obbligate per legge, neanche le casse pensioni e le assicurazioni dicono molto nei loro rapporti annuali sulle proprie strategie d’investimento. E se anche i risparmiatori interessati riuscissero a risalire alle imprese incluse nei fondi nulla consentirebbe loro di sapere in che misura le loro attività si ripercuotono sul clima. Benché siano ormai disponibili informazioni sull’argomento, molte casse pensione ed investitori non ne tengono concretamente conto nelle loro decisioni d’investimento. E questo è quanto risulta anche da due studi fatti realizzare recentemente dall’UFAM: «Kohlenstoffrisiken für den Finanzplatz Schweiz» (2015) e «Klimafreundliche Investitionsentscheide und Performance» (2016).

Nessuna assicurazione possibile contro un pianeta surriscaldato

Entrambi gli studi rivelano che gli attuali flussi finanziari svizzeri favoriscono un riscaldamento globale di 4-6 gradi invece che di 2 gradi centigradi, com’è nell’obiettivo. Lo studio relativo ai rischi legati al carbonio ha in particolare analizzato in dettaglio investimenti in azioni per un totale di 280 miliardi di franchi, ovvero l’equivalente dell’80 per cento del mercato dei fondi azionari in Svizzera. Risultato? I capitali attualmente investiti su questo mercato finanziano emissioni equivalenti a quelle che la Svizzera genera ogni anno su scala nazionale.

Il dato è ancora più impressionante se si considera che il mercato dei fondi azionari non rappresenta che il 5 per cento circa degli investimenti effettuati sulla piazza finanziaria svizzera. Il secondo studio ha perciò analizzato anche l’intensità d’emissione di altre categorie di investimento. E in questo caso i risultati suggeriscono che specie gli investimenti in obbligazioni d’impresa generano emissioni di CO2 ancora più elevate.

In favore di un cambiamento strategico premono anche ragioni d’ordine economico. Una maggiore frequenza di tempeste, siccità e inondazioni dovute al riscaldamento climatico interesserebbe gli impianti di produzione e le catene di valore di innumerevoli imprese. In un‘intervista al settimanale tedesco «Die Zeit» Christian Thimann, membro del consiglio di amministrazione di Axa Assicurazioni, ha indicato che un pianeta di 4 gradi più caldo non sarebbe «più assicurabile». Solamente nel 2014 Axa ha versato nel mondo circa un miliardo di euro per danni legati a fenomeni climatici. Il gruppo ha così deciso di vendere le proprie partecipazioni nel settore del carbone poco prima dei negoziati di Parigi. Questo per «dare un segnale in favore della protezione del clima» e ridurre i rischi legati alla cosiddetta «bolla del carbonio».

Una situazione a rischio

Firmando l’Accordo di Parigi tutti gli Stati parte si sono ora impegnati a contribuire alla riduzione dei gas serra. A mano a mano però che le misure volte a ridurre l’utilizzazione di energie fossili o ad aumentare il loro prezzo (tassa sul CO2 o prescrizioni più severe sulle emissioni) andranno generalizzandosi, il valore di certe imprese si ridurrà e i rischi di questa transizione peseranno specialmente sugli investimenti in settori ad alta emissione di CO2.

Come mostra lo studio condotto dall’UFAM sui rischi legati al carbonio per la piazza finanziaria svizzera («Kohlenstoffrisiken für den Finanzplatz Schweiz»), il 50 per cento di tutte le emissioni di CO2 è prodotto in media da due settori (approvvigionamento energetico convenzionale e industria), che insieme non rappresentano però che l’8-15 per cento del valore totale dei portafogli. Ritirare gli investimenti dai settori con livelli di emissioni particolarmente elevati o ridirigerli verso imprese dello stesso settore ma più rispettose del clima non avrebbe dunque conseguenze rilevanti a livello di dispersione dei rischi (diversificazione) e produrrebbe in molti casi rendimenti persino più elevati.

Attraverso il Fondo per le tecnologie la Confederazione promuove le innovazioni che riducono le emissioni di gas serra o il consumo di risorse, favoriscono l’impiego delle energie rinnovabili e migliorano l’efficacia energetica. Il Fondo presta garanzie finanziarie alle piccole e medie imprese svizzere che con i loro prodotti contribuiscono alla protezione del clima.
© Keystone/Laif

Piazza finanziaria elvetica al traino

«Le cifre mostrano che la maggior parte degli investitori che operano sul mercato finanziario svizzero non prendono in conto nelle proprio decisioni d’investimento gli effetti indiretti che queste hanno sul clima», rileva Silvia Ruprecht-Martignoli della sezione Politica climatica dell’UFAM. L’osservazione è supportata da un recente rapporto del Swiss Finance Institute, un ente che raggruppa banche, istituti di credito, università e organismi pubblici: quanto a considerazione dei rischi climatici la piazza finanziaria svizzera marcia a rilento a livello internazionale. Il mercato elvetico mostra inoltre di essere poco presente nei dibattiti sempre più intensi che si svolgono sull’argomento: un ritardo che, vista la parte del settore finanziario nel suo prodotto interno lordo (10,5%) e l’importanza della piazza finanziaria elvetica a livello mondiale, va urgentemente colmato.

Altri Paesi sono già passati all’azione. In Francia, dal 2017, gli investitori istituzionali sono ad esempio tenuti a rendere conto della sostenibilità dei propri investimenti e delle proprie strategie climatiche. In Svezia, dietro raccomandazione del governo, le casse pensioni statali pubblicano l’elenco delle loro partecipazioni. Negli Stati Uniti, infine, la legge sulle azioni obbliga i fondi d’investimento, gli assicuratori e gli investitori istituzionali a notificare una parte delle proprie partecipazioni. Alcune organizzazioni non governative, quali CERES negli Stati Uniti e WWF in Svezia, utilizzano poi questi dati per mettere a punto strumenti che aiutino gli investitori a scegliere gli investimenti più rispettosi del clima.

Un altro nodo importante sta nel rapporto tra investimenti a breve e rischi climatici a lungo termine. La Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD), un gruppo di lavoro istituito dal Financial Stability Board e diretto da rappresentati dell’industria finanziaria, ha raccomandato di misurare e pubblicare i rischi finanziari legati al clima, ma da sola la trasparenza non basta a rendere i flussi finanziari clima-compatibili. Spesso sono infatti gli incentivi a breve termine dati dal sistema finanziario che impediscono di integrare efficacemente nelle decisioni d’investimento le ripercussioni climatiche a lungo termine.

Il Consiglio federale punta sulle misure volontarie

Firmato l’Accordo di Parigi, tocca ora alle autorità svizzere agire. Nel suo progetto di futura politica climatica della Svizzera, la cui procedura di consultazione si è conclusa il 30 novembre 2016, il Consiglio federale propone che l’obiettivo internazionale in materia di flussi finanziari venga attuato attraverso misure volontarie emananti dal settore stesso. Gli attori che operano sui mercati finanziari possono in questo modo applicare le strategie che meglio si adattano ai loro obiettivi. Raccogliere dati significativi sugli effetti climatici dei vari investimenti può tuttavia rivelarsi laborioso. La Confederazione intende perciò facilitare tale compito, elaborando delle basi metodologiche comuni. L’allestimento di un rapporto raffrontabile a livello internazionale permetterà così al grande pubblico di avere un quadro coerente degli effetti indiretti sul clima dei finanziamenti e degli investimenti.

Nell’ambito di un progetto pilota che si protrarrà fino a metà luglio 2017, l’UFAM ha perciò proposto a tutte le casse pensioni e assicurazioni svizzere di far valutare, a titolo gratuito e facoltativo, la sostenibilità climatica dei loro portafogli azionari e obbligazionari. Le valutazioni sono realizzate con l’ausilio di un modello sviluppato grazie a fondi di ricerca europei e già testato da oltre 100 investitori. Una volta a punto, il modello sarà disponibile gratuitamente sul mercato. I partecipanti riceveranno il rapporto d’analisi confidenziale direttamente da 2° Investing Initiative, il think tank indipendente e a scopo non lucrativo incaricato di condurre le valutazioni. All’UFAM sarà fornita solo una meta-analisi anonimizzata dei dati che sarà probabilmente pubblicata nell’ottobre 2017. Godranno così di un maggiore margine di manovra anche gli assicurati, che avranno modo così di invitare le proprie casse pensioni e assicurazioni a sottoporsi alle analisi e a pubblicarne i risultati.


Costi economici del cambiamento climatico

Il primo ad attirare l’attenzione sui costi economici del cambiamento climatico è stato, nel 2006, il «Rapporto Stern». Redatto per conto del governo britannico da Nicholas Stern, ex capo economista della Banca mondiale, il rapporto avvertiva i Paesi occidentali che, se non avessero agito rapidamente, nel XXI secolo il cambiamento climatico sarebbe costato loro ogni anno tra il 5 e il 20 per cento del prodotto interno lordo. Il documento faceva inoltre notare che i vantaggi di un intervento precoce superavano largamente i suoi costi. Malgrado le cifre riportate avessero suscitato una vivace controversia, la maggior parte degli scienziati avevano infine convenuto sui vantaggi di un’azione rapida. Nel rapporto «Better Growth, Better Climate» (2014), Nicholas Stern e altri ricercatori hanno ora presentato un piano in dieci punti per una crescita clima-sostenibile. Secondo le loro previsioni, nei prossimi quindici anni, per accrescere l’efficienza energetica e promuovere le energie rinnovabili, sarà necessario investire a livello mondiale 93 000 miliardi di dollari nelle città, nell’utilizzazione del terreno e nel settore energetico.

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Ultima modifica 31.05.2017

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