Informazioni ambientali sui prodotti - Navigare in un mare di merci

I nostri consumi – cosa consumiamo e quanto consumiamo – influiscono sull’ambiente. Nel vasto assortimento di merci del mercato globale il consumatore deve tuttavia far spesso prova di un fiuto da detective per risalire alla provenienza, alla composizione, alle modalità di fabbricazione e alle vie di trasporto dei prodotti che acquista. Un aiuto gli viene ora dall’UFAM, che si impegna affinché i prodotti in vendita forniscano informazioni comprensibili in materia di impatto ambientale.

Il pugnale alpino era un prodotto di larga esportazione nell’Età del Bronzo: fabbricato nella Svizzera occidentale, la sua area di diffusione si estendeva fino alle coste del Mar Baltico, ai confini settentrionali dell’attuale Polonia. Il coltellino svizzero, successo commerciale dei giorni nostri, si esporta in tutti i continenti.
© Historisches Museum Bern; Victorinox

Quando, in una nebbiosa giornata di dicembre, i contadini del villaggio di Buechholz, nei pressi di Thun, cominciarono a scavare ghiaia da una collina in zona Renzenbühl non immaginavano neanche lontanamente che stavano per contribuire alla scoperta di uno dei primi oggetti cult dell'esportazione svizzera. Dapprima rinvengono alcune semplici pietre piatte, poi una tomba contenente ossa e oggetti metallici: una punta di lancia e l'«impugnatura intarsiata d'oro su entrambi i lati di un'arma [...] sconosciuta» - scriverà per l'esattezza il Consigliere di Stato Carl Friedrich Lohner in un rapporto pubblicato nel 1832, tre anni dopo il ritrovamento. Archeologo per hobby, Lohner non aveva forse saputo classificare il tipo d'arma, ma aveva tuttavia correttamente intuito che dovesse essere di epoca preromana.

Più tardi alcuni storici stabilirono che la punta di lancia che aveva descritto era in realtà un pugnale col manico massiccio: una delle armi più prestigiose dell'Età del bronzo. L'utensile misterioso si rivelò essere invece un'ascia dalla lama lunga e leggermente ricurva. Sulla scorta di ritrovamenti successivi, gli specialisti conclusero che quello fiorito nel perimetro compreso tra la Svizzera occidentale e Prealpi dovesse essere stato all'epoca un vero e proprio trend stilistico: frutto della maestria dei forgiatori svizzeri del tempo, il «pugnale alpino» (cfr. grafico) era diffuso fino alle coste polacche del Mar Baltico. Di pregevole fattura, l'arma non era tanto un oggetto d'uso comune quanto piuttosto uno status symbol, posto nella tomba di una personalità eminente per attestarne il rango sociale una volta nell'aldilà. Analisi condotte con tomografi di ultima generazione hanno inoltre rivelato che le relazioni dei primi maestri forgiatori svizzeri non si estendevano solo verso nord: il procedimento d'intarsio dell'oro usato per l'ascia di Renzbühler prova in particolare l'esistenza di un transfer di tecnologia proveniente dalla Grecia.

Specchio della società. Il consumo è un comportamento proprio dell'uomo sin dall'alba dei tempi. Ciò che produciamo e poi utilizziamo riflette i nostri bisogni e i nostri valori, le nostre possibilità e le nostre relazioni, il nostro approccio nei confronti del mondo. A differenza di quanto accadeva nel 17° secolo avanti Cristo, oggi, perlomeno nelle società industriali occidentali, i beni di lusso non sono però più appannaggio solo di pochi privilegiati. E il loro consumo, non foss'altro che per le quantità in circolazione, diventa perciò un carico gravoso per l'ambiente.

Le merci vengono inoltre sempre meno utilizzate là dove sono prodotte: una situazione di per sé non del tutto nuova se pensiamo alle sorprendenti distanze percorse da alcuni prodotti dell'antichità, ma che oggi ha preso dimensioni tali da rendere praticamente impossibile seguirne i flussi. Conoscere la genesi e la composizione dei prodotti che acquistiamo sarebbe per contro importante, visto che la loro fabbricazione, utilizzazione ed eliminazione implica l'impiego di risorse naturali e finisce così per ripercuotersi sull'ambiente nel suo insieme. I consumatori svizzeri sono anzi particolarmente toccati dalla globalizzazione delle odierne vie commerciali: essendo il nostro un paese fortemente dipendente dalle importazioni, oltre la metà dell'inquinamento generato dai consumi interni ricade di fatto sull'estero.

Di peso non solo per il portafoglio. Che il consumo privato giochi un ruolo chiave nell'inquinamento ambientale lo si evince anche dalle evoluzioni degli ultimi decenni: tra il 1990 e il 2009 le spese sostenute dalle economie domestiche per l'acquisto di beni di consumo sono salite del 28 per cento a quota 310 miliardi di franchi, mentre nello stesso periodo la popolazione cresceva solo del 15 per cento. «Le persone consumano per soddisfare i propri bisogni, non con l'intenzione d'inquinare», fa notare Anna Wälty, fino a poco tempo fa alla testa della sezione Consumo e prodotti dell'UFAM. «Il benessere di cui godiamo, unito al fatto che molti dei danni si producono all'estero, mascherano tuttavia la rarefazione di molte risorse. Le informazioni che ci aiutano a individuare gli effetti di un prodotto sull'ambiente appaiono dunque doppiamente importanti in questa prospettiva».

Conosciamo bene anche le voci contabili che gravano maggiormente sul conto ecologico: sono la mobilità, l'alloggio  - in particolare la costruzione di immobili e il loro approvvigionamento energetico - e l'alimentazione. A pesare sul bilancio è soprattutto quest'ultima: in termini di punti di impatto ambientale quasi il 30 per cento dei danni ecologici causati dai nostri consumi è imputabile all'alimentazione. Non sorprende dunque che le organizzazioni di tutela dei consumatori trovino nel settore alimentare un campo d'azione prioritario: «Abbiamo bisogno di informazioni ecologiche soprattutto nei settori con maggior impatto ambientale», precisa Aline Clerc, responsabile per le questioni ambientali, alimentari e agricole presso la Fédération Romande des Consommateurs (FRC) «Avere informazioni dettagliate su settori di minor conto ha poco senso poiché spingono la popolazione a fare sforzi che non portano a granché.» Questa è l'opinione spassionata anche di Anna Wälty: «È importantissimo, lo confermano anche le nostre indagini: le informazioni ecologiche devono essere pertinenti.» Nel mirino della FRC c'è soprattutto la carne: «Servono dati affidabili che ci permettano di fare confronti, per esempio fra differenti tipi di carne, prodotti in modi diversi e venduti da diversi fornitori. Dovremmo cioè poter confrontare una carne di vitello da allevamento biologico svizzero con un pollo nutrito con mangime concentrato proveniente da oltreoceano e magari mettere sul piano della bilancia anche alternative vegetariane», spiega Aline Clerc.

Settori con il maggior impatto ambientale per un franco di spesa

L’informazione c’è…Per misurare e comparare l’impatto che determinati prodotti o attività hanno sull’ambiente gli esperti hanno nel frattempo elaborato un certo numero di metodi. Questi servono a loro volta da base a diversi marchi ed etichette, cioè a tutte quelle informazioni che affisse sul prodotto spiegano ad esempio al cliente quanta elettricità consuma un dato elettrodomestico o contrassegnano un alimento prodotto secondo metodi particolarmente rispettosi dell’ambiente.

Da qualche anno a questa parte anche le case hanno il loro marchio. Nell’agosto del 2009 la Conferenza dei direttori cantonali dell’energia, insieme all’Associazione svizzera dei proprietari fondiari (APF) e all’Ufficio federale delle’energia (UFE), ha lanciato il Certificato energetico cantonale degli edifici (CECE). Le case sono classificate in sette categorie a seconda del grado di isolazione dell’involucro e dell’efficacia del sistema di riscaldamento: la scala va dalla classe A, che comprende gli immobili nuovi costruiti secondo criteri di ottimizzazione energetica, alla G, prevista per i vecchi immobili non ancora risanati. Il certificato punta in prima linea sul libero gioco delle forze di mercato. Specie oggi che i costi dell’energia sono in costante crescita, gli oggetti con minori costi di riscaldamento dovrebbero vendersi o affittarsi a prezzi più alti. Una speranza ben riposta, come mostrano le esperienze fatte con il marchio Minergie sulle nuove costruzioni e i risanamenti: stando a uno studio sul tema, i potenziali acquirenti sono disposti a pagare il 7 per cento in più per comprare una casa unifamigliare Minergie. A determinare il profilo ecologico di un immobile non è tuttavia solo il consumo di energia e di acqua, ma anche i materiali da costruzione utilizzati. Per includere nel bilancio anche questi lo standard Minergie propone perciò, oltre ai primi, anche elementi di valutazione supplementari. Tra chi tiene in alta considerazione i criteri Minergie vi è fra l’altro la Schweizerischer Verband für geprüfte Qualitätshäuser (VGQ), che si batte per l’impiego del legno nell’edilizia e rilascia annualmente ai propri membri una certificazione con cui attesta che le loro costruzioni sono realizzate secondo le regole dell’arte in materia di efficienza energetica e di rispetto delle risorse.

...ma non basta. Malgrado i molteplici marchi che contrassegnano ormai ogni sorta di prodotto, gli specialisti della protezione dell'ambiente e della tutela dei consumatori ritengono che la situazione non sia ancora soddisfacente e questo per tre motivi. Primo, perché i marchi di qualità sono perlopiù sfruttati come strumenti di marketing: lo shampoo migliore, la lampadina più efficiente ma meno cara, sono contrassegnati da un marchio mentre nulla vien detto per altri prodotti dello stesso gruppo. Secondo, perché i marchi informano solo su un segmento del ciclo di vita di un manufatto: l'etichettaEnergia non precisa ad esempio se una lavatrice a risparmio di energia è anche fabbricata o smaltibile in modo ecologico, quando invece per determinare il suo effettivo impatto ambientale andrebbe considerato il suo intero iter produttivo. Terzo, perché i marchi non tengono sempre conto di tutti gli effetti rilevanti dal punto di vista ambientale: un sigillo di qualità non dice necessariamente se la fabbricazione di tal bene comporta un elevato consumo d'acqua, inquina l'aria o nuoce alla biodiversità. Spesso, al contrario, per puri motivi di marketing, le etichette mettono in risalto aspetti di certo tratti da un ecobilancio, ma trascurabili sul piano dell'inquinamento effettivo.

Per mandato del Consiglio federale. Il Consiglio federale attribuiva un ruolo strategico importante alla trasparenza del mercato già nella sua Strategia per uno sviluppo sostenibile. Linee guide e piano d'azione 2008-2011: fornire «informazioni sicure per gli operatori di mercato sulle risorse utilizzate» - si legge - è una condizione indispensabile per «rafforzare la produzione e il consumo di beni e di servizi che soddisfano elevati standard economici, sociali ed ecologici» e rispondere così agli obiettivi generali dello sviluppo sostenibile.

Nell'ottobre 2010 il Consiglio federale precisa queste intenzioni in una sua nota di discussione sull'economia verde e incarica il Dipartimento federale dell'ambiente, dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni (DATEC) di elaborare, unitamente al Dipartimento federale dell'energia (DFE) e agli ambienti economici, dei principi e delle regole volte a migliorare le dichiarazioni ambientali dei prodotti.

La realizzazione di questi principi di sviluppo sostenibile nei settori della produzione e del consumo deve avvenire in partenariato tra Confederazione, Cantoni, gruppi d'interesse, operatori non istituzionali e imprenditori privati, auspica inoltre l'esecutivo federale. Associare agli sforzi tesi a migliorare la trasparenza del mercato anche rappresentanti dell'economia privata è in effetti quantomai importante visto che molte imprese hanno già elaborato una propria strategia in materia di informazione della clientela.

Nella stessa direzione di quelli svizzeri vanno anche gli sforzi dell'Unione europea, anch'essa fortemente impegnata sul fronte del miglioramento della trasparenza. Oltre ad aver fissato nella direttiva 2010/30/UE le condizioni riguardanti le etichette energetiche, l'Unione europea ha introdotto nel settore dell'alimentazione un nuovo logo biologico, dichiaratamente teso a garantire la protezione del consumatore e il rispetto di parametri comuni.

Un lavoro di squadra. Le iniziative congiunte promosse allo scopo di ottimizzare l'informazione sui prodotti si moltiplicano. «Nei nostri gruppi di lavoro sulla trasparenza del mercato collaboriamo strettamente con altri Uffici federali tra cui la Segreteria di Stato dell'economia (SECO)», commenta Anna Wälty. «Ma è importante coinvolgere anche le organizzazioni dei consumatori, poiché sono queste che fanno da intermediarie tra produzione e consumo. Dobbiamo metterci al lavoro e unire le forze, anche se su molte questioni siamo ancora agli inizi.»

La diffusione di informazioni trasparenti e convincenti indurrà un giorno i negozianti a scegliere il proprio assortimento sulla base di un bilancio ecologico globale? Difficile a dirsi. Così come è difficile dire se i marchi attuali aiuteranno gli storici e gli archeologi del futuro a ritracciare l'origine e le vie di trasporto dei manufatti che riporteranno alla luce. Una cosa è però certa: i clienti odierni dovrebbero poter sapere esattamente cosa acquistano anche senza far opera di speleologia.

Lucienne Rey

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Ultima modifica 14.02.2012

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