Trasparenza sui mercati internazionali: Un varco nella giungla del commercio mondiale

In un mondo in cui tutti i prodotti o quasi sono oggetto di scambi internazionali occorrono accordi che facciano trasparenza e che siano riconosciuti da tutti i partecipanti al mercato. Un esempio su tutti: il commercio internazionale del legno.

Superfici forestali certificate nel mondo nel 2009
© Ruth Schürmann

Quando le note escono volteggiando dal flauto di Maurice Steger è l’intera Amazzonia che giubila con lui. Virtuoso di fama internazionale, per i pezzi che richiedono un suono chiaro e potente preferisce un flauto contralto in palissandro, fabbricato nella manifattura Küng di Sciaffusa. Il suo timbro è in effetti molto più brillante del suo omologo in legno di pruno, che si distingue invece per una coloritura calda e soave.

I costruttori di flauti ricorrono ai legni tropicali quando vogliono ottenere strumenti dal timbro intenso ed elegante al tempo stesso. «Utilizziamo fra l’altro del palissandro d’Amazzonia, stagionato per diversi anni», spiega Thomas Küng, direttore della manifattura. La materia prima di cui sono fatti i flauti a becco d’alto livello proviene dal Sudamerica ma anche dall’Africa, come nel caso del granatiglio che cresce nella savana secca: «Questo tipo di legno ha un peso specifico di 1,3: è così duro e denso che non galleggia neanche sull’acqua. Se ne trae quindi un suolo squillante, impossibile da ottenere con del legno di pero che ha una densità due volte inferiore», aggiunge Thomas Küng. Per i musicisti di professione, che si esercitano ogni giorno per ore, i flauti di legno tropicale, oltre alla resistenza alle intemperie, hanno anche un altro vantaggio: si conservano perfettamente per una vita, contrariamente agi legni indigeni, più teneri, che «steccano» dopo pochi anni.

Dalla padella alla brace. In epoca coloniale i legni pregiati quali il palissandro, l'ebano, il mogano e il teck erano tra i beni d'esportazione più richiesti. Nulla è cambiato su questo piano con l'indipendenza del Paesi del Sud: nella sola Indonesia, partner della Svizzera nel settore della cooperazione allo sviluppo, viene disboscata ogni anno una superficie grande quasi quattro volte quanto il Canton Vallese. Una grossa parte del legno è abbattuto illegalmente, tanto che lo Stato, che trae il 15 per cento del suo prodotto interno lordo dall'industria del legname e della sua trasformazione, registra ogni anno una perdita di guadagno di circa 3 miliardi di dollari. La Banca mondiale stima addirittura che, sull'insieme del pianeta, il commercio illegale di legno causi mancati introiti per circa 15 miliardi di dollari.

Non sorprende dunque che la comunità internazionale si stia attivamente sforzando di regolamentare il commercio legale. A favore dello sfruttamento sostenibile delle foreste pluviali e della regolamentazione del commercio internazionale del legname che ne viene estratto si batte soprattutto l'Organizzazione internazionale dei legni tropicali (ITTO), i cui membri sono sia Paesi compratori che Paesi produttori. La Svizzera, che vi è rappresentata attraverso la Segreteria di Stato dell'economia (SECO), svolge un ruolo importante all'interno dell'organizzazione: «In 25 anni, la ITTO è riuscita a stabilire regole e norme di sfruttamento oggi recepite nella legislazione in materia di foreste di molti Paesi tropicali», riporta Hans-Peter Egler, capo del settore Cooperazione per il commercio e la tecnologia ambientale del SECO.

Trasparenza certificata. In Svizzera le importazioni di legno tropicale, già relativamente ridotte, sono in costante regresso dal 1990. Stando allo Jahrbuch Wald und Holz 2011 dell'UFAM, nel 2010 erano pari a meno dell‘1 per cento per il legno in fusto e si mantenevano stabili al 4 per cento per il legno semilavorato. Di questi solo poco più del 4 per cento proveniva direttamente da Paesi tropicali, il resto era acquistato in Europa e in particolare dalla Germania. La parte del legni tropicali destinata alla fabbricazione di strumenti musicali è in ogni caso irrisoria: il grosso è utilizzato essenzialmente dall'industria dell'arredamento da interni e degli infissi, in particolare per le porte frangi-fuoco. Negli ultimi anni, è vero, la moda dei mobili da esterno in legno tropicale ha fatto crescere le importazioni ma il materiale utilizzato proviene esclusivamente da piantagioni. Attestata attorno al 4 per cento, la parte proveniente dai Tropici è leggermente più elevata per il semilavorato che per quello su fusto, ma è comunque anch'essa in regresso.

Uno dei maggiori importatori europei di legni tropicali è la ditta amburghese Theodor Nagel. Attiva nel settore del commercio di legname dal 1837, gode di un'ottima reputazione specie tra le manifatture di strumenti. La ditta, che fa dell'import-export di legname duro da decorazione il fulcro delle sue attività, svolge il suo mestiere nel rispetto delle norme dello sviluppo sostenibile come attesta il marchio del Forest Stewardship Council (FSC). Fondata nel 1993, l'FSC è un'organizzazione non governativa la cui attività principale sta nella certificazione di aziende forestali che gestiscono le foreste secondo precisi criteri di sostenibilità. La certificazione, che può riguardare anche tutta una catena di prodotti (Chain of Custody), esclude che nel commercio e nella trasformazione ci sia commistione tra materiale certificato FSC e non.

Legno: marchi

Legno di qualità svizzera. In Svizzera, ad avere un ruolo di peso nel settore è, accanto all'FSC, anche il Programme for the Endorsement of Forest Certification Schemes (PEFC). Nato nel 1999, il programma è stato specificatamente elaborato per i piccoli proprietari forestali e le aziende familiari tradizionali. Le sue certificazioni poggiano quindi su valutazioni regionali, rinunciando all'analisi delle singole imprese. Se, come l'FSC, definisce determinati principi, i criteri d'applicazione concreti del PEFC variano però talvolta considerevolmente da Paese a Paese. Quelli validi per la Svizzera sono stati elaborati sotto l'egida dell'UFAM.

Sia l'FSC sia il PEFC certificano che il legno che porta il loro marchio proviene da foreste sfruttate nel rispetto dello sviluppo sostenibile, ma non garantiscono però la tracciabilità della sua origine. Nessuno dei due risponde dunque all'obbligo di dichiarazione che vige in Svizzera sul legno e suoi prodotti dal 1° ottobre 2012 e che si applica tanto al materiale indigeno quanto a quello d'importazione. Questa lacuna è stata ora colmata da un nuovo marchio lanciato nel giugno 2011 dall'associazione LIGNUM Economia svizzera del legno per certificare l'origine svizzera del legname. Stando ai suoi statuti, il marchio assicura la tracciabilità dell'origine trasmessa dalla imprese accreditate, dal taglio fino al termine della catena di trasformazione.

Superfici forestali certificate in Svizzera nel 2009

Divario mondiale.Attualmente il 54 per cento della superficie forestale svizzera è certificata da almeno uno dei due marchi FSC o PEFC. Su di essa vengono raccolti quasi 3,5 milioni di metri cubi di legna, il che rappresenta un buon 70 per cento della raccolta totale svizzera. Meno roseo il bilancio a livello mondiale, dove ad essere certificato è poco più del 9 per cento dell’intera superficie boschiva. Le differenze tra i due emisferi sono considerevoli: il 54 per cento della superficie mondiale certificata è situata nell’America del Nord e un terzo in Europa, contro solo il 12 per cento in Asia e nell’emisfero meridionale.

Ripartizione per continente delle superfici forestali certificate nel 2009

Questo divario non sfugge agli occhi dei più critici. In un suo rapporto l’International Centre for Trade and Sustainable Development (ICTSD) sottolinea infatti, non senza una certa ironia, che la maggior parte dei Paesi che fanno certificare il legno dei propri boschi sono Paesi sviluppati, mentre in origine i marchi erano stati sviluppati per proteggere la foresta tropicale. Il rapporto giunge inoltre alla conclusione che, data la loro complessità e costosità, le certificazioni sfavoriscono di fatto i Paesi in via di sviluppo. Elaborare un marchio per la foresta tropicale è in effetti particolarmente difficile, poiché per raggiungere gli standard richiesti sono necessari grossi sforzi sul piano della formazione e della ricerca silvicola, oltre a investimenti finanziari considerevoli.

Superare il fossato. Karine Siegwart, responsabile della sezione Europa, commercio e collaborazione allo sviluppo dell'UFAM capisce l'argomentazione: «Fintanto che i marchi saranno facoltativi, non si porrà alcun problema sul piano del diritto internazionale. Ma non appena uno Stato imporrà determinate certificazioni saranno considerate come degli ostacoli al commercio e violeranno così il principio fondamentale dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC).»

Il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) prevede tuttavia delle eccezioni a questa regola: «I marchi che limitano le importazioni sono conformi al GATT se sono giustificate da ragioni vincolanti quali la protezione della natura o della salute umana, ma a condizione che obbediscano ai principi di proporzionalità e di non-discriminazione», spiega Karine Siegwart, precisando tuttavia che nella ponderazione degli interesse le ragioni dell'economia hanno spesso la meglio.

Gli strumenti che permetterebbero di far rispettare la protezione dell'ambiente nel commercio internazionale ci sono, ma non trovano però ancora unanimità nella comunità degli Stati: «Anche gli accordi commerciali bilaterali sono tra questi », ricorda Karine Siegwart. Attraverso il FLEGT (Forest Law Enforcement, Governance and Trade), l'UE ha ad esempio già concluso con l'Indonesia un accordo sulle esportazioni di legno tropicale. E l'Associazione europea di libero scambio (AELS) sta inoltre negoziando con Giakarta un trattato che prevede agevolazioni alle importazioni di manufatti in legno prodotti in modo sostenibile. «Il commercio di legname certificato, di cui è garantita anche la produzione sostenibile, va per finire anche a vantaggio dei Paesi del Sud», riassume Hans-Peter Egler del SECO. «Il fatto che un'utilizzazione rispettosa delle risorse della foresta tropicale produce utile è la ragione migliore per proteggerla.»

L'UE giustifica ad ogni modo così i suoi sforzi di conservazione della foresta tropicale: nel luglio 2010 il Parlamento europeo ha in effetti adottato un progetto di legge che vieta le importazioni di legno e di prodotti lignei di provenienza illegale. A partire dal 2012 chi vorrà importare in Europa legname o manufatti di legno dovrà provare che il materiale non è frutto di abbattimento illegale. All'OMC, per contro, si sta ancora discutendo di un modello analogo che funzionerebbe però in senso inverso, cioè facilitando, attraverso per esempio l'esenzione da tasse doganali, gli scambi di beni che rispettano le norme delle diverse convenzioni internazionali in materia di ambiente.

Per un mercato più equo. Perché anche i Paesi del Sud possano beneficiare dei vantaggi ecologici ed economici apportati dai marchi ambientali, la comunità internazionale punta sulla formazione di capacità («Capacity Building»). Il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) gestisce ad esempio un progetto intitolato «Enabling Developing Countries to Seize Eco-Label Opportunities»: consentire ai Paesi in via di sviluppo di cogliere le opportunità offerte dai marchi. Un'inchiesta realizzata dalla SECO presso i produttori di caffè boliviani giunge d'altra parte alla stessa conclusione: rafforzare le capacità permette alle comunità locali di sviluppare il proprio know-how in materia di prodotti e di marketing attraverso uno sfruttamento conforme ai principi del commercio equo e alle analisi necessarie ai fini della certificazione.

Il fatto che delle organizzazioni indipendenti, che non possono essere sospettate di rappresentare gli interessi dei Paesi industrializzati, si impegnino a favore degli ecomarchi può contribuire in modo decisivo a farli accettare dal grande pubblico. Il Global Ecolabelling Network (GEN) lavora in questa direzione: dal 1994 la rete aiuta gli Stati membri a elaborare i propri marchi e ad armonizzarli con quelli di altri Paesi. Benché indispensabile, la fiducia negli organi di controllo e nelle procedure non è però una cosa scontata in Paesi in cui la corruzione è un problema notorio. Vista in questa prospettiva, la trasparenza del mercato assume dunque una dimensione che supera il quadro economico per abbracciare anche la politica e la cultura.

Lucienne Rey

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Ultima modifica 14.02.2012

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