Mettere in sicurezza le infrastrutture: rischio sismico, le cose si muovono

Edifici sventrati, ponti crollati: sono queste in genere le immagini che ci vengono in mente pensando ai terremoti. Conseguenze meno spettacolari, come il danneggiamento di impianti vitali, possono però ugualmente paralizzare un Paese. La protezione contro i terremoti è dunque importante e l’UFAM è impegnato in prima linea nel migliorarla.

Rischio sismico
Il rischio sismico è il prodotto della minaccia sismica (probabilità d’evenienza di un sisma), della natura del terreno, dei valori interessati (densità urbana) e della vulnerabilità degli edifici e delle infrastrutture.
© Servizio Sismico Svizzero (SED), 2009 CatFocus Partner Re, FEMA

Calcolo del rischio sismico

Testo di Lucienne Rey

Grande deve essere stata la paura quando, in quel 9 dicembre del 1755, la terra in Vallese ha preso a tremare: le scosse erano «orrende e terrificanti» e non c’era dubbio alcuno che il «borgo di Briga e tutti gli edifici in pietra circostanti sarebbero caduti in rovina a decine e sarebbero rimasti seppelliti sotto le macerie», scrive un cronista dell’epoca.

Il terremoto fu avvertito nel raggio di centinaia di chilometri e fece dei danni anche a Berna e a Lucerna. Ma a gettare la popolazione nel terrore era stato anche il sisma che giusto un mese prima, il 1° novembre 1755, aveva fatto decine di migliaia di vittime a Lisbona. Nella società illuminata del XVIII secolo la sensibilità nei confronti di questo tipo di eventi naturali era molto viva. Del terremoto che «nel 1755 ha scosso una parte della Terra» scrive persino il filosofo Immanuel Kant (1724–1804) in un trattato che parla sia della catastrofe di Lisbona che del successivo terremoto «nelle montagne svizzere».

Una minaccia estesa a tutta la Svizzera

Oggi il pensiero di un terremoto è ormai scomparso dalla memoria collettiva svizzera: l’ultimo grande episodio di questo tipo risale a quasi 70 anni fa. «A rimanere più impressi sono gli eventi naturali più recenti», sottolinea Sven Heunert della Centrale di coordinazione della Confederazione per la mitigazione dei sismi incorporata nell’UFAM. Si temono di più le valanghe dopo un inverno nevoso o le piene dopo una stagione di forti precipitazioni. «Eppure sono i terremoti i pericoli da cui nessuna regione è al riparo», dichiara lo specialista.

La loro forza distruttiva è spesso enorme: il terremoto di Sierre (VS) del 25 gennaio 1946, che secondo il Servizio Sismico Svizzero (SED) era di magnitudo 5,8, è costato la vita a quattro persone, ha danneggiato 3500 edifici nel solo Vallese ed è costato milioni di franchi. Tanto per fare un confronto rispetto al 1755: il terremoto di Briga era di magnitudo 5,7 e quello di Lisbona, come si è stabilito in seguito, di 9 gradi sulla scala Richter.

La carta delle zone sismiche pubblicata dalla Società svizzera degli ingegneri e degli architetti (SIA) mostra che gran parte della Svizzera è esposta a una debole minaccia. La violenza dei movimenti del suolo non dipende solo dalla magnitudo del sisma, ma anche dalle condizioni locali del terreno. L’entità dei danni è inoltre fortemente determinata dall’intensità di utilizzazione delle superfici: «Agglomerati come Losanna o Berna possono essere esposti a un rischio maggiore rispetto a una piccola località della regione basilese, sebbene questa zona sia soggetta a una minaccia sismica superiore», spiega Sven Heunert.

Reti vulnerabili sull’intero territorio nazionale

Chiunque progetti un edificio deve dunque pensare anche alle vibrazioni sismiche che potrebbe subire. La cosa è peraltro nell’interesse dello stesso proprietario: se il suo stabile viene danneggiato, è lui che deve in genere sopportarne i costi. Attualmente i danni dovuti ai terremoti sono infatti coperti dalle assicurazioni sugli immobili solo in alcuni Cantoni.

Per essere pronta a fronteggiare il rischio di terremoto su scala nazionale la Confederazione ha dunque avviato nel 2000 un programma di misure dette di mitigazione dei sismi, il cui obiettivo cardine è mettere in sicurezza i propri edifici e le infrastrutture di sua competenza: in particolare, la distribuzione di elettricità, le strade nazionali e la rete ferroviaria.

Questi sistemi sono infatti così vulnerabili che non occorre necessariamente un avvenimento spettacolare per metterli fuori uso: il 28 settembre 2003, per tagliare un’arteria vitale per l’economia e la società è bastato ad esempio che, a Ingenbohl (SZ), un abete si avvicinasse troppo alla linea di alta tensione che passa dal Lucomagno. Il ramo ha provocato un arco di tensione e la corrente si è propagata attraverso l’albero fino al suolo: per dirlo in gergo tecnico, una messa a terra accidentale ha interrotto un asse di transito nord-sud della rete elettrica europea. E un errore di commutazione dell’Italia ha poi fatto il resto, innescando una reazione a catena dalle pesanti conseguenze. «Ore 03:27, black-out totale in Italia», è la frase lapidaria che si legge nel rapporto dell’Ufficio federale dell’energia (UFE) sull’avvenimento.

Un danno a una rete di distribuzione, seppure localmente circoscritto, può ripercuotersi su una regione lontana o addirittura paralizzare un intero sistema anche in caso di terremoto. Agendo su vaste distanze, un fenomeno sismico può inoltre provocare un gran numero di sinistri diversi e le reti che si estendono su un intero Paese sono le infrastrutture più vulnerabili sotto questo profilo. Per valutarne la tenuta in caso di terremoto la Confederazione le sottopone quindi come prima cosa a studi di vulnerabilità che ne individuano i punti deboli da correggere in via prioritaria.

Individuare i punti nevralgici

L’UFAM ha realizzato un’analisi di questo tipo in collaborazione con il settore dell’elettricità, e i suoi risultati sono stati poi utilizzati dall’Ispettorato federale degli impianti a corrente forte (ESTI) per pubblicare nel 2012 una nuova direttiva sulla protezione parasismica della rete di distribuzione dell’energia elettrica in Svizzera volta a evitare un black-out su scala nazionale. Il documento definisce le esigenze cui devono rispondere gli elementi essenziali dell’approvvigionamento, come ad esempio l’ancoraggio dei trasformatori, e fissa anche il gioco da lasciare ai cavi affinché questi non siano troppo tesi in caso di movimento improvviso del sottosuolo danneggiando così le apparecchiature. Le disposizioni, classificate in base alla zona sismica e alla tensione elettrica, tiene conto anche delle caratteristiche locali del terreno.

Gli studi di vulnerabilità indicano inoltre dove risulta più utile apportare dei correttivi. Nelle sottostazioni, ovvero le componenti delle reti elettriche che collegano tra loro diversi livelli di tensione, gli elementi chiave sono i trasformatori e gli interruttori di potenza. «Un accorgimento semplice consiste nell’evitare che gli armadi di comando si ribaltino», spiega Sven Heunert. In molti casi è sufficiente fissarli al muro con squadrette d’acciaio. È bene inoltre garantire sufficiente stabilità ai trasformatori. «Se un trasformatore si danneggia rovesciandosi ci vogliono mesi prima che lo si possa sostituire», indica l’esperto UFAM.

Anche misure non convenzionali possono servire allo scopo: lo dimostra l’esempio della Polizia cantonale vallesana, che ha fissato i suoi computer principali con grosse bande di velcro. È questa, in sostanza, la linea di pensiero che secondo Sven Heunert dovrebbe essere adottata da tutti: «Prima bisogna pensare alla sicurezza della struttura portante e poi chiedersi cos’altro potrebbe ribaltarsi, cosa è minacciato o cosa potrebbe essere pericoloso».

Le sfide per il costruttore

Un aspetto di cui Sven Heunert si rammarica è che in genere i corsi di formazione per specialistici in pianificazione e costruzione non dedichino molta attenzione alla sicurezza parasismica, specie a quella degli elementi secondari come ad esempio le installazioni degli edifici. «Nessuno si preoccupa veramente di una parete non portante o di un trasformatore», quando invece sono proprio questi elementi a dover essere sistemati in modo da resistere alle sollecitazioni di un terremoto.

Quello della sicurezza parasismica costituisce una sfida di peso anche per la rete ferroviaria, un sistema che per via della varietà delle sue componenti non ha eguali quanto a complessità. «Oltre a opere portanti essenziali come ponti o stazioni molto frequentate, le Ferrovie federali svizzere (FFS) dispongono di una propria rete elettrica, comandata a sua volta da una rete di comunicazione completa», precisa l’esperto UFAM. Per via di questa sua complessità, l’infrastruttura ferroviaria si presta dunque bene anche a sensibilizzare i pianificatori: «Le ferrovie lavorano con numerosi uffici d’ingegneria che possono in questo modo occuparsi anche di sicurezza parasismica.»

Grandi opere, grandi danni

Nel settore stradale sono soprattutto i ponti ad essere particolarmente minacciati. Dal 2005 l’Ufficio federale delle strade (USTRA) sta perciò esaminando la tenuta sismica dei circa 4000 ponti presenti sulle strade nazionali. Finora solo alcuni hanno mostrato debolezze che hanno richiesto un correttivo immediato.

Uno di questi è il viadotto di Chillon (VD) sulla A9 lungo il lago Lemano. Percorso nei momenti di punta da circa 7300 veicoli all’ora, non si poteva non integrare nei lavori di manutenzione corrente anche misure parasismiche. Numerosi giunti in calcestruzzo delle rampe a valle sono stati dunque sostituiti con speciali isolanti antisismici che, essendo deformabili, assorbono l’energia cinetica delle scosse e slegano così l’opera dai movimenti del sottosuolo.

Nella sua imponenza, questa costruzione è anche illustrativa dell’evoluzione in atto a livello di infrastrutture e agglomerati: la realizzazione di opere complesse e costose ha fortemente accresciuto il potenziale di danno. Se oggi la terra dovesse tremare in vicinanza di una grande città come ha fatto nel 1946 in Vallese, la fattura andrebbe dai 2 ai 5 miliardi di franchi.

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Ultima modifica 20.05.2015

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