Misure di protezione biologiche: bosco - più protettivo di quanto non si creda

Il bosco protegge contro i pericoli naturali molto più efficacemente di quanto gli specialisti pensassero finora. Utilizzato per la prima volta in Bassa Engadina, nel bosco di protezione che sovrasta il passo del Forno, il nuovo metodo Protect Bio rende ora possibile valutarne meglio le prestazioni.

Il bosco di pini montani di Zernez (GR)
Passo del Forno, nei pressi dell’entrata di Zernez (GR): il bosco di pini montani che lo sovrasta fornisce una protezione sufficiente contro la caduta di massi. Una misura di protezione supplementare e poco costosa consiste nel disporre dei tronchi trasversalmente al pendio. Il masso sulla foto a sinistra è stato arrestato da uno di questi ostacoli.
© Ufficio Foreste e pericoli naturali del Canton Grigioni, Urs Fitze

Testo di Urs Fitze

Un masso cilindrico della dimensione di una ruota d’automobile è rimasto intrappolato in una pila di tronchi che i forestali avevano disposto di traverso lungo il pendio: un ultimo, breve tratto in discesa e sarebbe finito sulla strada del passo del Forno, non lontano dall’uscita di Zernez (GR). La sua corsa avrebbe però potuto essere bloccata anche da un albero di questa fitta foresta. «Niente di più probabile», esclama Gian Cla Feuerstein dell’Ufficio foreste e pericoli naturali del Canton Grigioni. «I tronchi che abbiamo disposto in alcuni punti a mo’ di sbarramento sono solo una misura di sicurezza in più.»

Fino a poco tempo fa Gian Cla Feuerstein non avrebbe saputo dire con certezza se la protezione offerta dalla foresta contro la caduta di massi fosse sufficientemente efficace. «In base alla topografia del terreno, con la densità del popolamento e con la mia esperienza di ingegnere forestale avrei detto di sì, ma non ci avrei messo la mano sul fuoco.» È per questo che qualche anno fa erano state installate in questo punto della strada del passo delle reti paramassi: una misura sicura ma onerosa, considerato che una rete di queste costa fino a 2500 franchi al metro.

Curare il bosco è nettamente meno caro, ma può la foresta garantire un livello di sicurezza analogo a quello offerto da misure tecniche? È per rispondere a questo genere di domande che l’UFAM ha lanciato il progetto «Efficacia delle misure di protezione biologiche», abbreviato in Protect Bio. Il metodo elaborato permette di determinare l’azione delle foreste e di altre misure biologiche e di tenerne opportunamente conto nei progetti di protezione.

Protezione da eventi trentennali

Il metodo è stato applicato per la prima volta sulla strada del passo del Forno, dove occorreva risanare interamente un tratto di circa 800 metri. I responsabili dei lavori hanno approfittato dell’occasione e fatto valutare il rischio di caduta di massi con l’ausilio di Protect Bio.

Risultato: ogni 30 anni circa è possibile che lungo un tratto di 400 metri si stacchi sopra il bosco di protezione un masso della grandezza di un pallone medicinale capace di demolire una vettura. Statisticamente, la probabilità che esso raggiunga la carreggiata è tuttavia praticamente nulla.

Ogni 100 anni a venir giù potrebbe però essere un blocco di diversi metri cubi di volume e qualche tonnellata di peso. Anche in questo caso il bosco o le reti di protezione farebbero la loro parte, ma non in misura tale da poter escludere che la roccia finisca sulla strada.

L’occhio del geologo

La valutazione di un rischio di caduta massi comincia guardando indietro nel tempo. Cosa è successo nel corso degli ultimi anni o decenni? In genere ci si ricorda solo degli incidenti spettacolari o che hanno provocato danni. Dei distacchi di materiale che avvengono quotidianamente – dal sassolino alle pietre grosse come un pugno capaci di trapassare il tetto di un’auto – ne sanno qualcosa gli operai stradali che sgomberano regolarmente la carreggiata. Altrimenti, a testimoniare eventi di questo tipo restano solo gli intacchi e i rattoppi sull’asfalto.

Sulle imponenti pareti rocciose che si innalzano sopra la strada del passo del Forno, la zona di distacco potenziale si estende per 600 metri di dislivello fino a 2100 metri sul livello del mare. In certi punti la pendenza del terreno è ben superiore ai 45 gradi. «Il nostro lavoro consiste in primo luogo nel fare una ricognizione della zona e osservare attentamente la roccia», spiega Andreas Huwiler, geologo presso l’Ufficio Foreste e pericoli naturali del Canton Grigioni. La roccia non forma una superficie omogenea. Bisogna piuttosto immaginarla come una massa sottoposta a enormi trazioni, come una tavoletta di cioccolato facile da spezzare. Quando la tensione diventa troppo forte, vi si creano delle spaccature.

Anche l’interno è solcato da crepe. Per farsene un’idea, gli specialisti cercano sulla superficie degli indizi – pareti di diverso orientamento, ad esempio – che possano rivelar loro cosa avviene all’interno della roccia. È da queste indagini di geologia strutturale che si traggono poi gli scenari utilizzati per la valutazione del pericolo di caduta massi.

Altre informazioni sono fornite dagli eventi passati: dove si sono fermate le pietre che si sono staccate dalla parete? Quanto erano grosse? In che modo il terreno ha influenzato la loro corsa? Le informazioni fornite da questi testimoni muti sono poi riportati su una «carta dei fenomeni» che mostra la probabile localizzazione e frequenza dei distacchi.

Dalla ricognizione alla simulazione …

Il catasto degli eventi, la carta dei fenomeni e gli scenari tratti dalle osservazioni geostrutturali descrivono i processi «con un grado di precisione sufficiente, ma mai con l’esattezza di un modello matematico», precisa Andreas Huwiler. Gli ingegneri chiamati a riprendere la mano devono dunque convivere con questo margine di incertezza residua.

Le conseguenze di una caduta di massi vengono dapprima simulate su computer. Grazie a un modello tridimensionale del terreno la macchina calcola la traiettoria e l’energia liberata dalla caduta dei sassi o dei blocchi a seconda della loro dimensione. Il software di simulazione ripete poi questi scenari finché gli eventi modellizzati possono essere sfruttati statisticamente, il che può significare dopo qualche migliaia di cadute virtuali.

… fino all’adozione delle misure necessarie

Una volta ottenuti i risultati sta all’ente esecutore definire le misure tecniche che si impongono. L’eventuale concessione di contributi pubblici e il loro importo è invece una decisione di natura politica.

Per il tratto di strada presso Zernez si è in ogni caso deciso così: lo si proteggerà contro un evento che potrebbe con tutta probabilità avvenire ogni 30 anni, ma non si costruiranno nuove opere per proteggerlo contro eventi più rari.

Se ci si fosse basati sulle valutazioni precedenti, che spesso trascuravano l’azione protettiva delle foreste poiché questa non era sufficientemente quantificabile, a quest’ora si sarebbero tese reti paramassi o costruite dighe di protezione lungo buona parte del troncone stradale.

Reti di protezione contro la caduta di massi superflue

Grazie al metodo Protect Bio è invece possibile visualizzare l’effetto delle misure biologiche di protezione e tenerne adeguatamente conto nella valutazione del rischio. Nella simulazione fatta per determinare la capacità di ritenzione del bosco sono infatti integrati anche la declività del terreno, la densità dei fusti ed altri fattori.

Nel caso della strada del passo del Forno i risultati ottenuti sono sorprendenti: su circa la metà del tratto interessato le reti paramassi sono inutili. Sono necessarie solo dove il bosco è rado. E i tronchi disposti trasversalmente al pendio sono decisamente più economici: c’è da pagare solo l’abbattimento degli alberi.

Il valore del bosco di protezione

Di tutta la superficie forestale svizzera, circa la metà – 585 000 ettari – è classificata bosco di protezione. Dopo essere stato trascurato per decenni, ha cominciato a essere rivalutato negli anni Novanta. Da allora la tendenza si è invertita e la Confederazione, i Cantoni e i Comuni ne promuovono la cura con contribuiti annui pari a circa 150 milioni di franchi.

Denaro ben investito: il valore economico dei boschi di protezione è quantificato in 4 miliardi di franchi. Quel che c’è da fare è soprattutto ringiovanire i popolamenti invecchiati o uniformi e, laddove ciò non sia possibile, sostenerne l’effetto protettivo con misure tecniche mirate che però, come mostra Protect Bio, non sono sempre necessarie.

Messo a punto in Svizzera, questo metodo è il primo nel suo genere: all’estero non esiste nulla di comparabile. Secondo Arthur Sandri della sezione Frane, valanghe e bosco di protezione dell’UFAM, una sua applicazione sistematica su scala nazionale dovrebbe permettere di evitare il ricorso a misure tecniche e risparmiare così diverse decine di milioni di franchi che andrebbero a valorizzare ulteriormente il bosco di protezione.

Non siamo tuttavia ancora a questo punto. Mancano ad esempio le basi necessarie per valutare prestazioni difficilmente quantificabili come quelle fornite dal bosco di protezione contro pericoli naturali quali valanghe, frane e colate detritiche. Nei prossimi anni Protect Bio sarà perciò impiegato in altri siti, specie in relazione a questi pericoli naturali, al fine di poterne confermare la validità. Solo allora il procedimento potrà essere standardizzato e generalizzato.

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Ultima modifica 20.05.2015

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