Discarica per rifiuti speciali di Kölliken: La chiusura di un sito emblematico

La discarica di Kölliken – il più grande sito contaminato del nostro Paese – è diventato il simbolo di un’ampia opera di bonifica volta a rimediare agli errori commessi in passato in materia di smaltimento dei rifiuti.

Kölliken (AG): l’immenso capannone costruito per smantellare la discarica per rifiuti speciali è diventato il simbolo dell’efficacia con cui la Svizzera sta affrontando il risanamento dei suoi siti contaminati.
© rotair

Testo di Kaspar Meuli

È l’odore, pungente e onnipresente, che ha fatto muovere le cose a Kölliken (AG). Per mesi la popolazione aveva assistito allo scarico di rifiuti sospetti provenienti da tutta la Svizzera. Poi, tutto ad un tratto, un puzzo insostenibile si era levato dalla vecchia cava d’argilla in direzione del villaggio e con esso era cresciuto il tono delle rimostranze. «L’uomo percepisce come un pericolo solo ciò che si vede e si sente», spiega Hertha Schütz-Vogel. Nessuno si è battuto per la chiusura della discarica più di questa pasionaria oggi settantacinquenne, la prima a rendersi conto del rischio a cui i rifiuti tossici esponevano le acque sotterranee.

Nel frattempo, quello che la Basler Zeitung ha definito «il più grande scempio ambientale della Svizzera» sta per scomparire. Gli ultimi resti delle 475 000 tonnellate di rifiuti speciali stoccati nella discarica sono stati spalati durante l’estate 2015. Non rimane ora che decapare lo strato di roccia contaminata. Hertha Schütz-Vogel ha visitato il sito poco prima dell’ultima operazione di sgombero. Era la prima volta che lo faceva dopo l’entrata in funzione, otto anni fa, del gigantesco capannone. Visibile da lontano, la costruzione in acciaio bianco è oggi il simbolo del risanamento dei siti inquinati in Svizzera. «Sono sollevata che tutto sia stato rimosso, non c’era altra soluzione», dichiara Hertha Schütz-Vogel. «Tanto di cappello alle persone che ci hanno lavorato.»

Il compito non è effettivamente da tutti. I ruspisti e i periti chimici si spostano a bordo di mezzi dotati di cabine stagne e blindate. Se eccezionalmente qualcuno deve muoversi a piedi nella discarica, deve indossare una tenuta di sicurezza, una maschera di protezione e portare con sé un dispositivo GPS. Dalle cinquanta alle sessanta persone sono impegnate in permanenza a scavare, analizzare e rimuovere i rifiuti tossici. Il capannone è depressurizzato perché l’aria interna non si disperda nell’ambiente. L’impianto di filtraggio che estrae tutti gli inquinanti dall’aria di scarico è grande come una casa. Insomma, un risanamento di portata finora unica al mondo.

Un’operazione senza precedenti

«È la prima volta che si risana una discarica per rifiuti speciali di queste dimensioni nel bel mezzo di un centro abitato», spiega Benjamin Müller, direttore del consorzio che gestisce la discarica. «Si tratta di gestire un’attività industriale in piena regola». Quest’opera di pionierismo è affascinante. Fino a 10 000 persone l’anno hanno seguito da una tribuna per visitatori la rimozione, strato dopo strato, dei quindici metri di rifiuti tossici. Tra loro, anche diverse delegazioni di esperti provenienti da ogni parte d’Europa.
La cronistoria di quella che «Die Zeit» ha definito l’«Apocalisse argoviese» ha riempito interi tomi. Noi ne daremo qui una versione abbreviata.

© SMDK

Gli anni Settanta sono passati alla cronaca come il decennio dell’emergenza rifiuti. A Zurigo, dove era stata rifiutata la costruzione di un impianto di incenerimento per rifiuti speciali, nessuno sapeva come liberarsi delle ceneri di caldaia prodotte dalla combustione dei rifiuti urbani e dalla fabbrica d’alluminio Refonda. A Basilea, l’industria chimica doveva urgentemente trovare una soluzione alternativa alla chiusura della discarica di Bonfol (JU). Nasce allora l’idea di creare un deposito centralizzato, dove raccogliere i rifiuti tossici fino ad allora eliminati senza alcun controllo in corsi d’acqua, cave o boschi.

Per realizzare l’idea viene quindi istituito un consorzio, di cui fanno parte, quali partner principali, i Cantoni d’Argovia e Zurigo e, a titolo minoritario, la città di Zurigo e un gruppo di industrie chimiche. Come sede della discarica viene scelta la cava d’argilla di Kölliken, che una perizia geologica – di appena otto pagine – aveva dichiarato essere «praticamente impermeabile » e quindi inoffensiva per le acque sotterranee.

Abbreviata in SMDK, la discarica per rifiuti speciali di Kölliken è inaugurata nel 1978. I prezzi sono mantenuti volutamente bassi e non si tarda a vedervi arrivare ogni sorta di rifiuto problematico: dalle ceneri di caldaia degli impianti di incenerimento, alle batterie usate dell’Esercito, fino ai residui di distillazione chimica. I rifiuti devono ovviamente essere dichiarati, ma a nessuno importa veramente cosa venga di fatto scaricato. E le domande critiche vengono buttate sul ridere. A Hertha Schütz-Vogel e ad altre rappresentati del consiglio comunale che chiedono una riunione informativa pubblica viene risposto: «Fareste meglio ad andare a far biscotti!» Per il medico cantonale, i mal di testa, le nausee e i disturbi del sonno lamentati dalle donne del paese rientrano nella «sindrome della casalinga». Le autorità assicurano di avere la situazione saldamente in mano e la maggioranza della popolazione ci crede. È solo quando i media cominciano a parlare di massicci superamenti dei valori d’inquinamento nelle acque di percolazione della fossa che la situazione si ribalta.

La svolta finale giunge nel 1985 quando il consiglio comunale di Kölliken decide di chiudere il sito. Il consorzio di gestione aveva messo da parte 2 milioni di franchi per la ricopertura della discarica, un importo che si sarebbe presto rivelato ridicolo. Quando nel 2020 i lavori di risanamento saranno conclusi e l’erba sarà tornata a crescere sopra la discarica colmata, l’intero risanamento sarà costato tra 800 milioni e 1 miliardo di franchi.

© SMDK; airophoto schiphol

Il lungo percorso fino al risanamento totale

A chi attribuire la colpa di questo fallimento? Come si sarebbe potuto evitare quello che è diventato il maggiore sito contaminato della Svizzera? In occasione di una visita sul posto, abbiamo girato la domanda a tre professionisti che hanno dedicato molti anni del loro lavoro a cercare di riparare ai danni di Kölliken: Jean-Louis Tardent, ex direttore della SMDK, Benjamin Müller, il suo successore, e Peter Kuhn, direttore della sezione Rifiuti e siti inquinati del Canton Argovia. Ecco qualche stralcio di questo colloquio.

Jean-Louis Tardent: «Era questo lo stato dell’arte in fatto di tecnica: per l’epoca la SMDK era una discarica moderna.»

Benjamin Müller: «D’accordo, l’assetto era abbastanza buono, ma è stata realizzata a basso costo e l’impermeabilizzazione del fondo ...»

Tardent: «...nelle discariche di allora non c’era impermeabilizzazione del fondo.»

Müller: «Una tecnologia migliore si sarebbe comunque potuta trovare.»

Tardent: «Sì, ma era troppo cara e il consorzio non aveva mezzi. Era solo l’industria chimica che poteva permettersela a quel tempo.»

Peter Kuhn: «La creazione della SMDK è stato un evento storico. Nel settore dei rifiuti regnava allora un enorme caos. Ci sono volute le esperienze negative di Kölliken per poter finalmente avere delle disposizioni legislative chiare in materia di smaltimento dei rifiuti.»

In conclusione: a quasi 40 anni dall’arrivo dei primi fusti tossici a Kölliken, è ancora difficile mettere in chiaro le questioni principali, tanto più che all’epoca, quando dalla discarica si levavano esalazioni nauseabonde, il punto non era ricercare i colpevoli quanto piuttosto i modi per riparare i danni.

All’inizio, con la fossa riempita per due terzi, si trattava essenzialmente di arginare le ripercussioni sulla popolazione e sull’ambiente. Come misura d’urgenza, si è perciò dapprima ricoperta la discarica, dotandola di un impianto di depurazione e di un sistema di combustione degli effluenti gassosi. Un drenaggio posto a valle permetteva inoltre di impedire l’infiltrazione di altri inquinanti nella falda freatica. Ma cosa sarebbe successo nel lungo periodo? Dopo anni di tergiversazioni si decide infine di risanare interamente il sito ed escavare completamente la discarica. Il fattore determinante era non da ultimo di natura finanziaria. La messa in sicurezza del sito sarebbe costata 4 milioni di franchi l’anno per un periodo di tempo indeterminato: ci sarebbero volute diverse centinaia di anni prima di ridurre la tossicità dei rifiuti a un livello tollerabile.

Nessuno immaginava però quanto sarebbe stato complesso il risanamento. Le sfide erano molteplici, tanto sul piano del finanziamento quanto a livello di sicurezza dei lavoratori e protezione contro gli incendi. «Un’operazione multidisciplinare di questa portata non era ancora mai stata messa in atto», segnala Peter Kuhn. Eppure si è riusciti a concludere in tre anni una procedura d’autorizzazione che di norma sarebbe durata dai sei agli otto anni.

Kölliken: un punto di riferimento

La soddisfazione riguarda anche il know-how tecnologico sviluppato a Kölliken nella gestione dei siti inquinati. Le stazioni di carico per esempio, dove i container vengono riempiti con i rifiuti scavati, sono oggi utilizzate in tutte le operazioni di risanamento importanti poiché garantiscono che nessuna sostanza tossica esca dal capannone. I risanatori sono anche divenuti dei veri e propri maestri nell’arte di analizzare il contenuto di ogni campione di scavo: a partire da qualche grammo di materiale occorre infatti saper dire cosa si nasconde in decine di tonnellate di rifiuti tossici mescolati fra loro. Tutto questo sapere è determinante anche per il successivo trattamento e smaltimento dei rifiuti, che nel caso di Kölliken vengono esportati per il 65 per cento in Germania e nei Paesi Bassi. La Svizzera è infatti troppo piccola per avere un suo impianto d’incenerimento ad alta temperatura.

Ma quali sono state per finire le ripercussioni che la triste vicenda della discarica di Kolliken ha avuto sul Comune argoviese e i suoi 4000 abitanti? «L’immagine negativa ha pesato a lungo sul paese», racconta l’ex sindaco Peter Rytz. «I prezzi dei terreni sono crollati e i Comuni vicini hanno conosciuto uno sviluppo molto più rapido del nostro». Per molto tempo anche i rapporti con il consorzio sono stati «estremamente tesi». Le cose sono cambiate solo quando è stato chiaro che il sito sarebbe stato interamente decontaminato. E quando l’immenso cantiere ha cominciato a diventare una sagoma famigliare agli automobilisti in transito tra Berna e Zurigo. «Dopo essere stata nefasta per tutti questi anni», conclude Peter Rytz, «la discarica di Kölliken è diventata un progetto faro.»

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Ultima modifica 25.11.2015

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