Commercio illegale di legno: Catastrofi naturali che fruttano miliardi

L’eco-criminalità internazionale è un affare lucroso. E come mostra l’esempio del commercio illegale di legno, non distrugge solo degli ecosistemi preziosi, ma danneggia gravemente anche gli Stati fragili e le loro economie legali.

Testo di Kaspar Meuli

Commercio illegale di legname
Il commercio illegale di legno distrugge preziosi ecosistemi e minaccia regioni politicamente fragili.
© Greenpeace

Le filiere di approvvigionamento del legno sono estremamente complesse. «E più una catena di distribuzione è grande, maggiore è il rischio che tra le sue maglie si nascondano azioni di dubbia legalità», spiega Achim Schafer della divisione Foreste dell’UFAM. «Le vie del commercio internazionale di legno sono tortuose ed è quindi difficile sapere se i prodotti che compriamo siano fabbricati con legno tagliato e venduto legalmente.»

Una cosa è però sicura: l’abbattimento e il commercio illegali di alberi non sono un fenomeno marginale. Secondo uno studio dell’Interpol e del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), il commercio illegale rappresenta dal 15 al 30 percento del mercato mondiale del legno. E nelle principali regioni produttrici oltre la metà del legno proviene da tagli non autorizzati, con quote che raggiungono il 70 percento nell’Amazzonia brasiliana, il 60 percento in Indonesia e il 90 percento nella Repubblica democratica del Congo.

Ricadute nefaste a cascata

Pur costituendo il ramo maggiore dell’eco-criminalità internazionale, non esistono cifre precise sul settore. Nel rapporto UNEP «The Rise of Environmental Crime» si stima che il valore generato dalla deforestazione e dal traffico illegale di risorse naturali si situi tra i 50 e i 150 miliardi di dollari l’anno. Oltre ad avere un effetto devastante su ecosistemi preziosi, i disboscamenti illegali hanno però conseguenze ben più estese: non solo privano di introiti fiscali Stati di per sé deboli, destabilizzando così regioni già fragili politicamente, ma in più fanno scendere del 7 al 16 percento i prezzi della materia prima, facendo concorrenza alle imprese che rispettano la legge.

Secondo dati dell’UNEP, il prodotto dei tagli illeciti giunge il più delle volte in occidente dopo essere stato trasformato in mobili ed oggetti d’artigianato in Cina o in Vietnam: solo il10 percento circa del legno illegale è commercializzato sul mercato internazionale. L’abbattimento clandestino è essenzialmente dominato da piccole bande criminali che smerciano il legno sui mercati nazionali. 

La minaccia viene da una palma

Superfici crescenti di foreste tropicali spariscono per far spazio a terre coltivabili. «Una delle cause principali della loro distruzione è la trasformazione in piantagioni di palma da olio», spiega Achim Schafer. A livello mondiale fino all’80 percento della deforestazione, perlopiù illegale, è dovuta all’espansione dell’industria agroalimentare, ma anche in questo caso non esistono cifre esatte. Certo è che la perdita di questi ecosistemi produce un impatto considerevole sul clima, visto che le foreste e i loro suoli fungono da importanti serbatoi di carbonio. Una gestione sostenibile delle foreste permette infatti di trattenere questo gas serra nel terreno, mentre l‘abbattimento illegale e la conversione in superfici coltivabili producono esattamente l’effetto contrario, contribuendo da soli a produrre il 17 percento di tutte le emissioni antropiche di CO2.

Arte da legno abbattuto illegalmente
Il legno abbattuto illegalmente giunge in occidente dopo essere stato trasformato in mobili e oggetti di artigianato in Cina e in Vietnam.
© Greenpeace

La lotta contro queste azioni criminose comincia tuttavia a mostrare dei risultati, specie dopo l’adozione di leggi più severe negli Stati Uniti (2008), in Australia (2012) e nell’Unione europea (2013). In base a queste disposizioni, sia gli importatori che le industrie di trasformazione devono prestare la massima attenzione dall’origine del legno. Ha fatto recentemente scandalo una denuncia sporta negli Stati Uniti contro il fabbricante di chitarre Gibson, accusato di aver utilizzato del legno di rosa illegale proveniente dal Madagascar: alcuni musicisti famosi hanno addirittura temuto di poter essere arrestati arrivando negli Stati Uniti con la loro Gibson.

La Svizzera accusa tuttavia ancora del ritardo in questo settore. Nel 2010 ha introdotto l’obbligo di dichiarazione sul legno e i suoi prodotti derivati per garantire che il consumatore sia informato sull’essenza e sulla sua provenienza. «Se però l’essenza non è protetta dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e di flora selvatiche minacciate (CITES) e non è soggetta ad autorizzazione può continuare ad essere importata», ammette Achim Schafer. La quantità di legno che il nostro Paese importa direttamente dalle regioni tropicali è tuttavia marginale. 

Il buon nome della Svizzera a rischio

Il fatto che l’importazione di legno abbattuto illegalmente non sia stato ancora vietato in Svizzera è dipeso da imponderabilità legate al sistema legislativo. La Svizzera contava effettivamente di introdurre prescrizioni conformi al regolamento UE in materia, ma queste disposizioni erano inserite nel controprogetto opposto nel 2015 dal Consiglio federale all’iniziativa «Economia verde», che è stato per finire respinto dal Parlamento.

Presto o tardi il divieto d’importazione sarà in ogni caso introdotto pure da noi. E a richiederlo non sono solo le organizzazioni ambientaliste, ma anche il settore del legno che è attualmente svantaggiato in fatto di esportazioni verso l’UE. Se la Svizzera non prenderà chiaramente le distanze dal commercio illegale di legno, ad andarne di mezzo potrebbe essere anche il suo buone nome. Perché, come dice Achim Schafer: «Non vogliamo certo servire da canale di smercio per il legno che l’UE non vuole più vendere.»

Crimini ambientali: la lotta si organizza

L’eco-criminalità è un fenomeno mondiale. Secondo la classifica dell’Interpol, è il quarto maggiore settore d’attività del crimine organizzato dopo il traffico di stupefacenti, la contraffazione e la tratta di esseri umani. Per combatterla è di vitale importanza la cooperazione internazionale, ma anche un miglior coordinamento all’interno dei singoli Stati, dove le numerose autorità che si occupano di reati ambientali sono spesso mal collegate tra loro. Di qui la raccomandazione dell‘Interpol: creare delle reti nazionali per rafforzare l’esecuzione delle normative. Scopo di questi gruppi di lavoro (National Environmental Security Task Force, NEST) è migliorare la collaborazione tra gli attori interessati e facilitare il coordinamento con l’Interpol. In Svizzera, le autorità federali ne stanno creando uno in collaborazione con i servizi comunali e cantonali competenti.

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Ultima modifica 14.02.2018

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