L’Accordo di Parigi sul clima

In occasione della Conferenza sul clima tenutasi a fine 2015 a Parigi è stato stipulato un nuovo accordo sul clima per il periodo dopo il 2020 che, per la prima volta, impegna tutti i Paesi a ridurre le proprie emissioni di gas serra. In tal modo è stata di fatto abrogata la distinzione di principio tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo.

L'Accordo di Parigi, uno strumento giuridicamente vincolante nel quadro della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Convenzione sul clima, UNFCCC), comprende elementi per una riduzione progressiva delle emissioni globali di gas serra e si basa per la prima volta su principi comuni validi per tutti i Paesi:

  • l'Accordo di Parigi persegue l'obiettivo di limitare ben al di sotto dei 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 gradi Celsius. Inoltre mira a orientare i flussi finanziari privati e statali verso uno sviluppo a basse emissioni di gas serra e a migliorare la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici.

  • L'Accordo impegna tutti i Paesi, in forma giuridicamente vincolante, a presentare e commentare ogni cinque anni a livello internazionale un obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni. Il raggiungimento dell'obiettivo è vincolante solo dal punto di vista politico, mentre sono giuridicamente vincolanti l'attuazione delle misure nazionali e la rendicontazione sul grado di raggiungimento degli obiettivi.

  • L'Accordo stabilisce inoltre prime regole per definire gli obiettivi di riduzione dei singoli Paesi. Tali obiettivi devono essere chiari e quantificabili. Inoltre, ogni obiettivo successivo deve dipendere da quello precedente ed essere il più ambizioso possibile.

    Il primo obiettivo di riduzione per il periodo dopo il 2020 dovrebbe essere presentato al più tardi al momento della ratifica dell'Accordo a livello internazionale. L'obiettivo di riduzione provvisorio (Intended Nationally Determined Contribution, INDC)  reso noto da un Paese verrà confermato al momento della ratifica dell'accordo (Nationally Determined Contribution, NDC) se lo stesso Paese non lo modifica. I Paesi che hanno già annunciato un obiettivo di riduzione fino al 2030 possono confermarlo per il periodo 2025-2030 senza dover aumentare la prestazione di riduzione.

    L'Accordo basato sul principio delle regole dovrà poter essere ampliato per i prossimi anni. Le nuove regole saranno tuttavia vincolanti solo per gli obiettivi di riduzione successivi.

  • Per il raggiungimento degli obiettivi ai sensi dell'Accordo le emissioni ottenute all'estero sono ammesse per il raggiungimento degli obiettivi ai sensi dell'Accordo purché siano rispettose dell'ambiente, contribuiscano allo sviluppo sostenibile e non causino doppi conteggi. Ciò vale per i meccanismi di mercato nel quadro della Convenzione sul clima e per gli approcci esterni alla Convenzione (p. es. accordi plurilaterali o bilaterali). L'Accordo definisce inoltre un nuovo meccanismo multilaterale che sarà reso operativo entro il 2020.

  • L'Accordo mette praticamente fine alla severa distinzione di principio fra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Ai Paesi più poveri viene concesso un certo margine di discrezionalità per l'attuazione. I Paesi industrializzati sono inoltre esortati, ma non obbligati, a rispettare il loro ruolo di pionieri, continuando a fissare obiettivi assoluti sull'insieme dell'economia. In cambio, i Paesi in via di sviluppo sono invitati a perseguire anche obiettivi sull'insieme dell'economia. La distinzione fra i Paesi è dinamica poiché gli obiettivi di riduzione sono fissati a livello nazionale e devono rappresentare la maggiore ambizione possibile di un Paese. L'obiettivo di riduzione di ogni Paese è quindi misurato in base alla propria responsabilità e alle capacità mutevoli in ambito climatico.

  • Per l'adattamento ai cambiamenti climatici, tutti i Paesi devono elaborare, presentare e aggiornare a scadenze regolari piani e misure di adattamento. Ogni Paese può definire autonomamente il momento e la forma della presentazione a livello internazionale. I Paesi devono inoltre stilare un rapporto periodico sulle misure di adattamento. L'accordo rafforza i meccanismi esistenti di prevenzione e riduzione di perdite e danni (Loss and Damage), escludendo esplicitamente la responsabilità e la compensazione.

  • L'Accordo di Parigi non stabilisce nuovi obblighi in merito al finanziamento climatico. I Paesi industrializzati sono come finora tenuti, dal punto di vista giuridico, a sostenere i Paesi in via di sviluppo nell'adozione delle loro misure di adattamento e di riduzione delle emissioni. Per la prima volta, anche i Paesi non industrializzati sono invitati a sostenere i Paesi in via di sviluppo e a promuovere investimenti rispettosi del clima. Nell'ambito del finanziamento climatico la distinzione a livello di regime climatico internazionale fra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo non è quindi stata abrogata, ma sensibilmente indebolita. La mobilizzazione di investimenti da fonti pubbliche e private è ora un compito generale. I Paesi industrializzati devono tuttavia continuare a svolgere un ruolo di pioniere. L'obiettivo comune di mobilizzare ogni anno, a partire dal 2020, 100 miliardi di dollari USA di fondi finanziari privati e pubblici è stato confermato fino al 2025 mentre per il periodo successivo è stato delineato un nuovo obiettivo analogo. I Paesi industrializzati sono di conseguenza obbligati a presentare ogni due anni un rapporto relativo ai fondi mobilizzati e, nella misura del possibile, fornire indicazioni sulla qualità e la quantità di fondi previsti per gli anni successivi. Le regole per tale rendicontazione dovranno essere ulteriormente approfondite. Analogamente, i Paesi in via di sviluppo sono tenuti a presentare ogni due anni un rapporto sui fondi necessari e ricevuti come pure sugli investimenti rispettosi del clima mobilizzati da parte loro e il finanziamento climatico internazionale.

L’Accordo prevede che per l’entrata in vigore occorra la ratifica dei 55 Paesi che generano il 55 per cento delle emissioni globali. Tale quorum è già stato raggiunto il 5 ottobre 2016; di conseguenza nel novembre 2016 si è tenuta la prima Conferenza delle parti dell’Accordo di Parigi (CMA). La ratifica da parte della Svizzera implica l’approvazione delle Camere federali.

Il nostro Paese è sulla buona strada per la ratifica e l'applicazione dell'Accordo di Parigi.

  • Gli impegni di riduzione conformemente all'Accordo di Parigi saranno attuati nella legislazione climatica nazionale per il periodo successivo al 2020. Per il periodo dopo il 2020 (INDC) la Svizzera ha presentato a fine febbraio 2015 al Segretariato dell'ONU sui cambiamenti climatici un obiettivo di riduzione provvisorio, con riserva dell'approvazione da parte del Parlamento, e ha annunciato l'intenzione di ridurre entro il 2030 almeno del 50 per cento rispetto al 1990 le proprie emissioni di gas serra, utilizzando a tale scopo in parte anche certificati di riduzione delle emissioni esteri. Fino al 2050 la Svizzera ha inoltre annunciato un obiettivo indicativo di riduzione complessiva dal 70 all'85 per cento rispetto al 1990, utilizzando in parte anche certificati di riduzione delle emissioni esteri.

  • In merito all'adattamento ai cambiamenti climatici, la Svizzera attua già gran parte dell'Accordo di Parigi. Basandosi sulla legislazione sul CO2 vigente, il Consiglio federale ha adottato per la Svizzera una strategia di adattamento a due fasi. Non sono ancora stati definiti né il momento né la forma del rapporto internazionale sulle misure adottate.

  • In merito al finanziamento climatico, la Svizzera dovrà come previsto aumentare i fondi privati e pubblici complessivi mobilizzati al fine di poter fornire un contributo adeguato al versamento annuale di 100 miliardi di dollari USA a partire dal 2020. I fondi pubblici saranno richiesti principalmente nell'ambito del credito quadro 2017-2020 per la cooperazione internazionale della Svizzera e per una piccola parte depositati nel credito quadro per l'ambiente globale 2015-2018. La Svizzera deve sviluppare ulteriormente la relativa strategia per ottenere una maggiore mobilizzazione di fondi privati.

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Ultima modifica 22.03.2016

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